Si sa che la classe operaia non è mai andata in Paradiso, al massimo è rimasta a galleggiare in una specie di Purgatorio. Adesso poi, con la scusa della “crisi”, viene ricacciata disinvoltamente all’Inferno.
Dopo ventisei anni, i Fratelli Vanzina tornano sul luogo del delitto. La location è sempre Milano, l’ambiente ancora quello rutilante e ingannevole dell’alta moda.
Francesco Patierno debuttò proprio con quest’opera, Pater Familias, lavoro assolutamente degno di nota e che non passò assolutamente inosservato al festival di Berlino 2003. Il film è incentrato su Matteo (L.Iacuzio) che, a causa dell’imminente morte del padre, riesce ad ottenere un permesso e ad uscire dal carcere. Il ritorno a Casoria, paese dell’hinterland napoletano, sarà per lui un tuffo nel passato ma anche una porta verso il futuro.
I panni sporchi si lavano in famiglia? Le mille polemiche legate a Gomorra (libro e film) sarebbero destinate a riproporsi anche in occasione di Napoli Napoli Napoli, il film di Abel Ferrara presentato a Venezia fuori concorso. Se non fosse che, per qualità artistica e portata dell’operazione, è difficile che il documentario del regista newyorchese varchi i nostri confini. Perché un regista americano – seppur di origine italiana – dovrebbe raccontare una realtà nostrana? I risultati potrebbero andare in due direzioni: da esterno potrebbe cogliere degli aspetti che noi, dall’interno, non riusciamo a vedere. Oppure, da persona che vuole informarsi, andrebbe a cercare le prime cose evidenti del fenomeno, fermandosi a questi aspetti.
Abel Ferrara, premiato con il Ciak di Corallo al piccolo ma prestigioso Ischia Film Festival - vera oasi per cinefili, lontana da lustrini e cotillon ma vicinissima al senso autentico di un festival in cui siano in primo piano opere e autori, più che personaggi da vetrina- ha dichiarato: "Sono incantato da Ischia, il Castello è un simbolo di bellezza e armonia, di lotta dell'uomo contro i mali del mondo. E questo festival è per me come un baluardo a difesa del cinema. Girare qui? Magari: trovatemi un produttore e comincio subito".
Dal Bronx di New York a Scampia e agli altri quartieri disagiati di Napoli il passo può essere breve, per chi sa guardare oltre i luoghi comuni che avvolgono queste complesse realtà.
Essa ha avuto una conseguenza fortemente negativa, riscontrabile nella sistemica incapacità, dalla quale non ci si è liberati ancora oggi, di discostarsi da una mera e, in alcuni casi, superficiale riproduzione del reale, per filtrarlo attraverso un sistema di generi simbolo di un linguaggio e di un'industria cinematografici finalmente maturi.
Tuttavia è proprio grazie a questo tratto fortemente distintivo che il nostro cinema ha raggiunto vere e proprie punte d'eccellenza come il Neorealismo del secondo dopoguerra.
A tali punte d'eccellenza appartiene la tradizione del cinema d'inchiesta italiano, quel particolare corto circuito tra la cronaca e i segreti del nostro paese, e l'impegno civile ed intellettuale di alcuni autori che hanno puntato la macchina da presa sulle pieghe più buie della storia d'Italia, con l'intento dichiarato di gettarvi un po' di luce e risvegliare, in tal modo, la coscienza sopita, e pigra, degli italiani.
"Questo non è un paese per «giornalisti giornalisti». Questo è un paese per «giornalisti impiegati»".
Ci sono due tipi di persone al mondo. Quelli che parlano e quelli che stanno zitti. Giancarlo Siani apparteneva alla prima categoria. E di quella, lui voleva essere rappresentate in qualità di giornalista. Che indaga, che si impiccia e che capisce. Era il 1985 e Giancarlo Siani veniva messo a tacere dalla mafia con dieci proiettili sparati a brucia pelo. Marco Risi con Fortapàsc ci mostra gli ultimi quattro mesi della vita del ragazzo diviso tra l’amore per la bella Daniela e la voglia di fare bene il suo lavoro di giornalista, o meglio “praticante abusivo”, come lui stesso amava definirsi.











