Una sala stampa a dire il vero tutt’altro che piena, quella che a Londra ha ospitato ieri la prima conferenza stampa dell’attesissimo film Avatar (che il Noir in festival ha riproposto al gruppo di giornalisti accreditati), ultima fatica del regista di Titanic. Così ha raccontato così la sua esperienza fantascientifica, attesissima in tutto il mondo.
Perché è ricorso al 3d per questo film?
Farò sempre film in 3d d’ora in poi: insieme al suono digitale, il 3d accentua la percezione cinematografica, ma va usato in maniera matura per ottenere un livello maggiore rispetto al solito cinema 3d, che propone effetti invasivi. Io ho scelto di eliminarli, perché secondo me ricordare sempre al pubblico che, attenzione, sta guardando un film in 3d è stupido. Così ho pensato il 3d come un portale attraverso cui entrare in una realtà diversa, un nuovo mondo: E poi il film dura 2 ore e mezza, non volevo stancare il pubblico esercitando costantemente le nostre capacità in 3d, e neanche usare trucchetti. Il 98% del mio cinema come cineasta riguarda scrittura, performance, scenografia, composizione delle inquadrature e tutto questo è lo stesso sia in 3d che in 2d. Avatar potrebbe esser visto anche in 2d, come in Titanic avremo una rappresentazione comunque bella e colorata della realtà, il 3d resta una scelta, anche economica, del consumatore. Certo, aumenta il fascino dell’esperienza cinematografica, ma noi abbiamo subito puntato a fare un bel film, il 3d è solo un abbellimento.
E’ impressionante il lavoro linguistico svolto per creare ex novo una lingua aliena, come avete fatto?
La lingua è stata creata leggendo il copione, facendo anche libere associazioni. Personalmente ho amato molto, anni fa quand’ero in Nuova Zelanda, il suono della lingua maori e ho inserito qualche parola da lì. Poi ho parlato con il capo del dipartimento linguistico di Los Angeles e lui ha affinato il tutto, introducendo suoni da lingue africane, europee e dei nativi americani, realizzando un sistema di suoni raffinato, con piccoli mp3 di suoni, fra cui ho scelto quelli che m piacevano d più, rifiutando i più acuti. Bisognava fossero suoni che gli attori potessero pronunciare, ma che per noi sembrassero stranieri, come i click delle tribù boscimane. E alla selezione del cast abbiamo esplicitamente chiesto di riprodurre questi suoni così particolari.
Perché il messaggio ecologico nel film è presente, ma sempre sotto traccia?
Non c’è apertamente perché volevo fosse meno intellettuale e più intuitivo. Si vede ciò che succede ai nativi del pianeta e quindi già attraverso questo abbiamo una risposta emotiva dal film: volevo che il pubblico sentisse suo il messaggio ambientalista, non che ricevesse un giudizio razionale su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Avatar è un film d’avventura, d’azione, credo sia importante che porti anche un messaggio. Io voglio un cinema puramente visuale, di immaginazione, ma dal punti di vista storico la fantascienza non ha mai avuto messaggi, saghe come Star Wars dimostrano che si considerava la fantascienza come fuga. Avatar è, invece, il tentativo di ritrovare un tipo di fantascienza portatrice di un messaggio di fondo.
Il suo è anche un film che sprona all’apertura verso coloro che percepiamo come “diversi”...
Tutto ciò che uno vede, lo deve vedere da dentro. Dobbiamo rimanere curiosi come bambini, la cosa più importante è mantenere sempre un’apertura mentale verso le altre culture e i diversi punti di vista. Ora che internet e i social network offrono un grande potenziale di sapere che ci sono amci in altri paesi, ed essere più collegati con gli altri, siamo tutti chiusi in una bolla di realtà, cercando solo persone come te con cui essere d’accordo su tutto. Invece dobbiamo rompere questa bolla autoreferenziale e confrontarci con chi è diverso da se stessi. Come cineasta lo faccio girando il mondo e spesso, al ritorno, vivo in modo diverso. Avatar ci mostra esattamente quest’opportunità di vedere le cose attraverso gli occhi degli altri, altrimenti non arriviamo da nessuna parte.