Dopo aver dato fuoco al solito minimarket, i nostri ragazzi, Brian O'Halloran e Jeff Anderson, approdano al dorato mondo degli hamburgers.
Feast: Zombie e banchetti splatter per il giovane horror made in USA
Di Paolo Zelati | 22 Settembre 2006Sperduto deserto americano. Esterno notte. I fari di una macchina illuminano brevemente una strana “cosa” ferma in mezzo alla strada, poi uno schianto. Stacco. L’azione si sposta all’interno di un bar / stazione di servizio, anch’esso sperduto in mezzo al nulla; diversi personaggi entrano in scena e ci vengono presentati tramite dei fermo-immagine con scritte in sovrimpressione che ne qualificano il nome (o meglio, il soprannome), la professione e le aspettative di vita. Improvvisamente, nel locale irrompe un ragazzo trafelato, sporco di sangue e con un fucile in mano che esorta i presenti ad ascoltarlo: il luogo è assediato da strane creature assassine, voracissime e pericolose. Per essere più convincente, il ragazzo mostra ai presenti una testa mozzata appartenente ad una delle creature. Nonostante l’incredulità generale, l’attacco comincia e il sangue scorre a fiumi.
Profumo: storia di un assassino: Orrore e odore vanno d'accordo anche sul grande schermo
Di Paolo Zelati | 22 Settembre 2006“Colui che domina gli odori, domina il cuore degli uomini”. È su questo presupposto che lo scrittore Patrick Suskind ha gettato le basi della propria opera e sullo stesso presupposto il regista Tom Tykwer (Lola Corre) ha realizzato un film che adatta in modo soddisfacente uno straordinario romanzo che ha venduto più di 15 milioni di copie in tutto il mondo e che, comunque, restava molto difficile da tradurre in immagini.
"Il mio film vuole lanciare l'allarme sulla cultura buonista, multiculturalista, propensa all'accoglienza dell'Europa: tutti segnali che il mondo islamico interpreta come una nostra debolezza, e se ne approfitta. Quanto alla mia incolumità non me ne preoccupo, ho la coscienza tranquilla. Non ho attaccato i musulmani, ho cercato di capirli. Se poi qualche fanatico dovesse venire da me.... io comunque giro armato".
C’era una volta uno straordinario regista giapponese chiamato Kiyoshi Kurosawa. Il suo cinema – gelido, efficace e genuinamente terrificante – era conosciuto solo da quei pochi “adepti” che frequentavano i Festival o che, mossi da vera passione cinefila, compravano i suoi film attraverso il mercato internazionale dei dvd. Poi è arrivato il terremoto The Ring (1998), e l’horror giapponese ha cominciato a sbancare i botteghini di tutto il mondo attirandosi, di conseguenza, le attenzioni dei “vampiri hollywoodiani” pronti a sfruttarne il successo con improbabili remake “a stelle e strisce”.
Taka Ichise e il J Horror Theatre: ovvero il nuovo cinema giapponese
Di Paolo Zelati | 01 Settembre 2006Anticipando sul tempo persino gli americani di Masters of Horror, l’intraprendente produttore giapponese Taka Ichise ha pensato di riunire, in un unico progetto, sei tra i migliori registi horror del Giappone, creando ciò che a preso il nome di “J Horror Theatre”.
Mi può parlare della genesi del progetto J Horror Theatre?
L’idea del J Horror Theatre mi è venuta in mente subito dopo l’aver prodotto The Ring e The Grudge; in quel periodo ricevevo tantissime e-mail entusiaste sia dai fan che dagli addetti ai lavori, i quali mi chiedevano quali fossero i miei prossimi progetti. Così ho pensato di realizzare un progetto collettivo di 6 film che coinvolgesse i più importanti registi giapponesi dell’orrore: ho contattato personalmente i registi, i quali hanno subito aderito con entusiasmo. Dopo Infection, Premonition, Reincarnation e Retribution, attualmente stiamo realizzando Kaidan, quinto film del progetto, diretto da Hideo Nakata. Con questo progetto abbiamo anche tentato di fornire un approccio diverso all’horror asiatico, cercando di esplorare altri territori che non si risolvano solo con storie di fantasmi.
La notte dei girasoli: Ballo di morte e di errori in questo "noir animale" che è un rebus per cinefili
Di www.MovieSushi.it | 25 Agosto 2006Se il vento fa il suo giro dalle parti della penisola iberica, una notte di lunghi rastrelli si prepara per la più classica delle cacce all'uomo.
Le colline hanno gli occhi : Remake politicamente scorretto del cult di Craven
Di Paolo Zelati | 25 Agosto 2006Tante volte da queste pagine ci siamo scagliati contro l’inarrestabile invasione dei remake hollywoodiani che, con il loro “rischio calcolato” e la loro sacrilega invadenza si ergono a simbolo di una grave crisi produttiva e creativa che attanaglia, ormai da tempo, l’industria dello spettacolo a stelle e strisce. Questa volta non lo faremo; ma non perché non siamo più convinti delle nostre idee a riguardo, ma perché, come spesso accade, esistono delle eccezioni che confermano la regola: Le colline hanno gli occhi è proprio una di queste incoraggianti eccezioni.
Il tuo film è, secondo me, uno dei pochi tentativi riusciti di remake intelligenti ed aggiornati al contesto contemporaneo; quindi andiamo subito al punto parlando del tuo lavoro sul sottotesto politico di “Le colline hanno gli occhi”.
E’ stato un lavoro con una genesi interessante. Dopo aver visto Alta Tensione, Wes Craven ha convocato me e Greg Levasseur e ci ha chiesto se “per caso” conoscevamo Le colline hanno gli occhi dato che aveva intenzione di farne un remake, visto il grande successo ottenuto da quello di Non aprite quella porta (che a mio parere fa schifo). Però Wes lo avrebbe fatto solo se riuscivamo a trovare un’idea talmente forte da giustificare una versione di quella storia nel 2006. Così, alcuni giorni dopo, noi tornammo da lui con l’idea degli esperimenti nucleari, aspetto che mancava nel film del 1977, a Wes piacque molto e così cominciammo a scrivere la sceneggiatura. Noi siamo quelli della generazione cresciuta con davanti agli occhi i tremendi effetti di Chernobyl, una paura del nucleare diversa da quella degli anni Cinquanta: dover pagare le conseguenze dei nostri errori. Quindi, una volta trovata questa chiave di lettura, tutto il resto è venuto abbastanza di conseguenza: l’aspetto fisico dei freaks, la loro storia e il villaggio in cui è ambientata la fine. E nello stesso tempo, anche l’aspetto politico del film si palesava sempre di più mentre scrivevamo la sceneggiatura: ci siamo subito resi conto che la storia parlava soprattutto di come l’America avesse creato i loro mostri e poi ne avesse perso il controllo. Inoltre, nonostante la vicenda parlasse della tragedia nucleare del New Mexico, l’ambientazione riportava chiari echi di scenari di guerra altrettanto gravi ma molto più contemporanei. Io penso che l’aspetto politico del film sia riuscito proprio perché non è stato deciso a tavolino, ma è cresciuto quasi da solo insieme alla sceneggiatura; poi abbiamo sviluppato consapevolmente alcune metafore che puoi vedere nel film come l’uso della bandiera e dell’inno americano, il dualismo all’interno della famiglia tra il democratico e il repubblicano. Abbiamo combattuto per mantenere un sottotesto politico di questo tipo in un film che, comunque, mira soprattutto a divertire e spaventare il pubblico. Il nostro scopo dichiarato è sempre stato quello di recuperare lo spirito degli anni Settanta e di film come Cane di paglia, Un tranquillo Week-end di paura e Non aprite quella porta, tutti quanti film molto politici. Io credo anche che se avessimo fatto questo film prima dell’11 settembre non sarebbe stato lo stesso film proprio perché dopo quella data la situazione politica internazionale è diventata simile a quella degli anni Settanta quando Wes realizzò il film originale.







