Nel suo viaggio al centro del cinema, Francesco Alò continua ad analizzare film che hanno segnato epoche e modalità di fare e soprattutto vivere il cinema. Al di là dello spessore artistico dell’opera, nel suo ciclo di lezioni di cinema all’università Nuct, Un film, una storia ne analizza anche l’impatto fuori dalla settima arte. E così, fuori dallo stile accademico, si lega anche a fonti diverse da quelle strettamente critiche. E comincia col citare un articolo del 17 febbraio 2000 pubblicato su Repubblica.it, The Blair Witch Project, appena uscito nelle sale italiane, viene definito “la prima, vera tecnobufala perfettamente riuscita”.
Il film, opera prima del duo Myrick – Sanchez, fu infatti un'abilissima operazione di marketing grazie soprattutto al sito internet, pubblicato prima dell'uscita nelle sale americane, nel quale venne creato ad hoc un vasto background composto da fotografie, video non presenti nel lungometraggio, storie e leggende che non fece altro che creare una sempre più crescente attesa (hype per usare un tecnicismo).
The Blair Witch Project è un inno al cinema essenziale, girato con un budget molto ristretto (si parla di circa 60.000 dollari), totalmente privo di effetti speciali in un periodo tra l'altro fortemente caratterizzato dall'utilizzo della computer grafica (vedi il pluripremiato Titanic), nel quale la paura è la colonna portante di tutta la narrazione.
Heather, Josh e Mike sono tre studenti universitari che si recano presso la cittadina di Burkittsville per girare un documentario sulla strega di Blair che, secondo la leggenda, rapì e uccise molti bambini nel vicino bosco intorno alla fine del '700. Inizialmente intervistano alcune persone del posto, poi decidono di inoltrarsi nel “bosco maledetto” per effettuare altre riprese.
Qui iniziano pian piano a perdere il controllo della situazione: dopo aver ritrovato inquietanti cumuli di pietre e strani manufatti di legno, perdono la cartina e di conseguenza l'orientamento ritrovandosi così persi in una selva estremamente vasta. L'atmosfera diventa sempre più irrequieta dopo un brusco risveglio notturno con la tenda scossa in maniera vigorosa da non si sa chi e all'allegria iniziale si sostituisce il nervosismo prima e la paura poi.
Ad un certo punto Josh scompare e non si hanno più sue tracce se non per alcuni oggetti personali ritrovati in diversi punti del bosco. Durante quella notte Heather e Mike arrivano nei pressi di una casa abbandonata dalla quale proviene la voce di Josh; i due si inoltrano nella casa alla disperata ricerca dell'amico ma alla fine vengono tramortiti da una presenza ignota.
Il film si chiude con la ripresa a terra della telecamera di Heather che pochi secondi prima di essere colpita aveva visto Mike fermo, immobile, con la faccia rivolta verso il muro; durante le loro interviste avevano saputo che un serial killer che aveva ucciso dei bambini negli anni '40 in quella zona, era solito tenerli in quella posizione mentre si apprestava ad ammazzarne uno.
L'idea di girare un film impostandolo come la semplice visione di un documentario ritrovato e proposto senza alcun ritocco o montaggio (all'inizio del film una didascalia spiega agli spettatori che le scene seguenti sono tratte da delle riprese girate dai ragazzi nel 1994 e ritrovate un anno dopo la loro scomparsa) fu in realtà ripresa da un vecchio film, Cannibal Holocaust del 1980, diretto dall'italiano Ruggero Deodato nel quale venivano recuperate, appunto, le riprese effettuate da alcuni reporter, poi scomparsi, per un documentario sui cannibali. Il film di Deodato, decisamente poco consigliabile ai deboli di stomaco per le numerosissime scene di violenza (vere quelle sugli animali), forse anche grazie alla forte censura che fu applicata praticamente in tutti i paesi nei quali il film fu distribuito (in alcuni fu addirittura bannato) divenne un vero cult del genere e senza dubbio fonte d'ispirazione per Myrick e Sanchez.
Altro film di riferimento fu Non aprite quella porta, tra l'altro già trattato da Alò durante suo corso. Basti pensare alla didascalia, puramente fantasiosa, che introduce la storia spacciando i fatti raccontati come realmente accaduti.
Recentemente il genere del documentario-horror o horror in diretta come lo definisce Alò, è tornato particolarmente in voga con l'uscita di Rec nel 2007 e Cloverfield nel 2008.
The Blair Witch Project, uscito negli Stati Uniti nel 1999, rappresentò uno degli ultimi fuochi del rinato cinema indipendente che, proprio in quel decennio, ritrovò nuova linfa dopo la fine della New Hollywood e il buio degli anni '80.
L'accoglienza del pubblico, complice anche la grande attesa che fu costruita intorno al film (gli attori dovettero andare in tv per dimostrare che erano realmente vivi e che le riprese non erano dunque vere), rispose alla grande facendo segnare un incasso di 200 milioni di dollari. La critica, anche se più spaccata nel giudizio di un film così sui generis, gli assegnò comunque il prestigioso “Premio Giovani” al Festival di Cannes del 1999.
Una piccola curiosità: nei successivi lavori sia i registi che gli attori non ripeteranno neanche lontanamente il grande successo che The Blair Witch Project ebbe negli anni a cavallo del nuovo millennio.