Quella della bomba che sta per esplodere è la deadline per eccellenza nello schema della suspence al cinema. Lo diceva anche
Hitchcock: se sappiamo che sotto a un tavolo c’è una bomba che sta per esplodere, staremo in tensione in attesa che accada. E stanotte, a Hollywood, dopo una storia carica di suspence (la sfida testa a testa con il superfavorito kolossal
Avatar), la bomba è esplosa.
The Hurt Locker di
Kathryn Bigelow ha vinto sei premi
Oscar. Miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio, miglior sonoro, miglior montaggio sonoro. È una storia molto particolare, quella di questo film: presentato al
Festival di Venezia nel 2008, e ignorato dai premi della rassegna, è uscito nelle nostre sale nell’ottobre di quell’anno, rimanendovi appena un paio di settimane e incassando pochissimo. Ma l’uscita americana, nel 2009, ha dato una nuova vita al film, rimettendolo in corsa per gli Oscar 2010. Stravinti, battendo proprio l’ex marito della Bigelow,
James Cameron.
The Hurt Locker è un film che reitera all’infinito proprio questo schema dell’esplosione. E la tensione, come si può immaginare, è sempre altissima. È la storia di un gruppo di soldati il cui incarico è di disinnescare le bombe, nell’ultima guerra in Iraq. È un nuovo punto di vista per raccontare la guerra. Ed è il punto di vista più vicino alla morte che ci sia. Gli artificieri si alzano ogni mattina sapendo più di ogni altro che quello potrebbe essere il loro ultimo giorno. Ma l’adrenalina dà loro una sorta di dipendenza, e anche una volta congedati dovranno tornare per fare quel lavoro così unico.
Regista adrenalinica per eccellenza, Kathryn Bigelow continua così il suo viaggio nelle psicologie di uomini che hanno una dipendenza: è il surf in Point Break, qualcosa a cui i personaggi non possono fare a meno, anche a costo della morte. È lo squid, una droga elettronica che permette alle persone di rivivere ricordi e sensazioni, in Strange Days. “E' un modo interessante di descrivere i miei film” ci aveva raccontato la Bigelow nel 2008 a Venezia. “Sono una persona che reagisce molto istintivamente al materiale che mi si presenta. Quello che ho trovato interessante è proprio la psicologia di queste persone: la loro dipendenza dalla guerra. Ho cercato di mettere il pubblico nei panni dei soldati, di dare questa atmosfera di autenticità”. C’è sempre qualcosa di energetico, nei film di Kathryn Bigelow, come dimostrano i titoli sopra citati. E The Hurt Locker è perfetto per quanto riguarda il ritmo e l’azione: la Bigelow con la prima sequenza ci porta dentro l’esplosione. La vediamo al ralenti, con i primi piani sulla materia che si disgrega. The Hurt Locker è un film potente, adrenalinico, carico di suspence. Come tutto il cinema della Bigelow. Con sequenze difficili da sostenere, come quella del bambino bomba. Ma guai a pensare che sia solo un film d’azione. Si legge, tra le righe, l’inutilità della guerra, e soprattutto il disagio dei soldati che si trovano in una terra straniera che non li vuole, che li sente come invasori. Che li scruta, li riprende, li fotografa. Si respira, nel film, un senso di accerchiamento e di paranoia, simile a quello che caratterizzava anche il suo capolavoro, Strange Days. A proposito, quel film girato quindici anni fa è stato un film profetico: raccontava di un mondo inquietante (nell'anno 2000), con uno stato di polizia permanente e la gente sempre più chiusa in se stessa. “Credo che tra quel film e la realtà di oggi ci siano molti elementi, in comune” ci aveva confermato la regista. “Forse siamo stati più fortunati. Comunque sì, si tratta di un film profetico”. Nel cinema della Bigelow c’è sempre qualcosa di futuristico. Qui la cornice a tratti è da film di fantascienza: robot di supporto agli artificieri, tute imbottite e scafandro che sembrano quelli di un astronauta. “La tuta che i soldati indossano è una vera tuta di quelle che indossano gli artificieri e pesa quaranta chili” ci spiegava la regista. Non si tratta di fantascienza. È la vita delle persone.
The Hurt Locker è un film che ha i suoi difetti, in ogni caso. L’azione a volte risulta ripetitiva, e alla storia manca un filo conduttore. È come se
Salvate il soldato Ryan vivesse per due ore al ritmo dei (fantastici) primi venti minuti. Il film è tratto da una sceneggiatura di
Mark Boal, giornalista che ha seguito le truppe americane per mesi in ogni azione. È lo stesso che scrisse l’articolo da cui
Paul Haggis si ispirò per la sceneggiatura di
Nella valle di Elah. “Questo film ha potuto beneficiare di osservazioni di primissima mano, il risultato del lavoro di Mark Boal, che per anni è stato un giornalista “embedded”, al seguito delle truppe in Iraq, andando in missione con loro ogni giorno” ci ha raccontato la Bigelow. “Ha potuto vivere sulla propria pelle ciò che queste persone fanno quotidianamente e questo ha conferito al film quella veridicità che lo rende unico. La guerra fa paura, ed è qualcosa di impensabile essere a contatto con la morte quotidianamente. Oggi l'esercito è fatto da volontari, persone che chiedono di partire per la guerra, e in questo la loro psicologia è molto diversa da quella dei soldati del Vietnam”. Al film, nonostante il premio alla sceneggiatura, sembra mancare proprio uno sceneggiatore più esperto, qualcuno come Haggis che romanzi un po’ la storia. Il film diventa quasi una trasposizione in immagini di fiction di un reportage giornalistico. Ma evidentemente questa è stata proprio la sua forza. “Mi sono trovata di fronte a una sceneggiatura eccezionale, e questo mi ha dato l'opportunità di avere una mappa così ben strutturata per navigare attraverso la storia, evitando certi pericoli mantenendo un film estremamente attuale e ricco di energia” ci ha raccontato Kathryn Bigelow. “Per rappresentare gli arabi abbiamo ingaggiato dei veri iracheni, dei profughi. In una scena c'erano due iracheni che interpretavano dei prigionieri di guerra. Abbiamo chiesto loro: cosa facevate prima in Iraq? Eravamo prigionieri degli americani, ci hanno risposto”.
Nel risultato di questi Oscar si sente nettamente la voglia di inserirsi nell’era
Obama, di riscattare i sensi di colpa per una guerra che oggi si ritiene sbagliata. E l’Academy ha deciso di farlo nella maniera più netta, premiando un film che mette in scena la vera guerra, il pericolo concreto di morire, piuttosto che film che condannano la guerra mostrandola in altri mondi (
Avatar) o ricordando forse l’ultima guerra giusta combattuta dagli americani, la Seconda Guerra Mondiale (
Bastardi senza gloria). Proprio l’attualità, la denuncia, sono state le motivazioni forti che hanno spinto la Bigelow a girare questo film. “Mi sento molto responsabile riguardo a temi come questo, e sento il dovere di affrontarli” ci aveva raccontato a Venezia nel 2008, quando l’era Obama doveva ancora iniziare. E lei ovviamente era una di quelle che si auspicava che avesse inizio.
The Hurt Locker è stato anche un modo di mostrare cose che i media, all’epoca, non mostravano. “Un articolo del New York Times ha riferito che i soldati morti in Iraq sono più di quattromila” ci raccontò all’epoca. “Eppure finora sono state pubblicate solo cinque o sei foto di questi soldati caduti in combattimento. Il discorso della guerra è stato affrontato molto poco: non vorrei usare il termine censura, ma è accaduto qualcosa di molto simile da parte dei media americani”.
Una bomba che sta per scoppiare crea la suspence, si diceva. Indipendentemente da quanto ci piacciono i personaggi. E i protagonisti di questo film ci piacciono parecchio, perché la regia ci fa entrare subito in empatia con loro. Piace quel loro andare incontro alla morte con incoscienza, e con un sorriso. È quell’ironia che permette di spezzare la tensione, di non impazzire. In questo senso, è sintomatica la battuta tra un superiore e l’artificiere. “Qual è il modo migliore di disarmare una di queste bombe?” “Quello in cui non muori, signore”.