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Kathryn Bigelow

Riflessioni da Oscar, ovvero quando Hollywood "scende in campo"

[del 08/03/2010] [di Paolo Zelati]

Da poche ore si è conclusa l’assegnazione degli Oscar 2010. Mentre su Hollywood Blvd si sbaraccano gli addobbi, gli opinionisti americani festeggiano la conferma delle loro previsioni. Infatti, mentre da noi non si faceva che parlare di Avatar, in USA, The Hurt Locker era dato come “cavallo vincente”. E infatti, il war movie diretto dalla ex moglie di James Cameron ha monopolizzato la serata vincendo addirittura sei statuette, incluse le due più importanti: miglior regia e miglior film. Ma se l’Oscar assegnato a Kathryn Bigelow entra nella storia (per la prima volta è una donna ad alzare al cielo “l’omino dorato”) ancora più storico è il verdetto globale sentenziato dall’Academy, un verdetto più manifestamente politico che artistico e che, in piena era Obama, mostra inequivocabilmente da che parte sta l’establishment hollywoodiano. E questo in barba a quei critici che avevano lodato il film della Bigelow per il fatto di “essere imparziale”, differenziandolo dagli altri film sulla guerra in Iraq “che erano andati male al botteghino perché erano partigiani”, ovvero contro la guerra.

Ma in verità anche The Hurt Locker è un film “schierato”, nella misura in cui dimostra quanto sia stupida e sbagliata la sola idea della guerra, attirando l’attenzione sulla struttura dell’esercito americano, composto essenzialmente da volontari. La destra statunitense questo l’ha capito ed infatti gli attacchi al film non sono certo mancati. Come ha notato Michael Moore (altro "premiato politico" dal Festival di Cannes con il suo artisticamente non eccelso Farenheit 9/11), “nessuno esce dalla sala dopo aver visto The Hurt Locker pensando: speriamo che questa guerra vada avanti altri 7 anni!”. E dagli attacchi destrorsi più radicali non si è salvato nemmeno Avatar, il grande escluso dall’Oscar Party (a meno che non pensiate che 3 statuette scontate possano decretare un parziale successo), ovvero la più grande allegoria degli Stati Uniti – e del suo colonialismo a più livelli – che il cinema Mainstream abbia mai presentato così chiaramente. Certo, il tutto è filtrato dalla lente del Fantastico, ma, come ci insegnano capolavori come 1984 di Orwell e La guerra dei mondi di Welles, ciò non vuol dire che il messaggio arrivi con meno efficacia. Quando è il momento di assegnare i premi, però, le grandi competizioni internazionali tendono a snobbare il cinema fantastico (ricordate il trattamento che Il labirinto del fauno ha subito a Cannes?) e forse è anche per questo che i membri dell’Academy hanno scelto il realismo di The Hurt Locker per esprimere il proprio, passatemi il termine, “voto di protesta”. Infatti, analizzando il verdetto da questo punto di vista, sarebbe stato bello (e qui entriamo nel campo delle fanta-ipotesi) vedere il Palmares di Avatar senza il film della Bigelow a “rubargli” la scena. Detto questo ci sentiamo di gioire per l’Oscar (finalmente) assegnato a Jeff Bridges (uno dei più grandi attori del cinema americano contemporaneo) e speriamo che Quentin Tarantino riesca a consolarsi con il meritatissimo Oscar assegnato a Christopher Waltz, meraviglioso interprete del suo bellissimo Inglorious Basterds. Il resto è stata normale amministrazione…

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