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Lars Von Trier

Manderlay e Washington. Quel che resta d'una trilogia americana

[del 18/05/2009] [di Maurizio Ermisino]

Che cos’è successo dopo Dogville? Prima di tutto Nicole Kidman ha deciso di non lavorare più con Lars Von Trier alla trilogia America: terra delle opportunità, la trilogia americana del regista danese. Ufficialmente per altri impegni. In realtà sembra che la diva australiana abbia sofferto come molte altre attrici il crudele Lars, e che lo stress delle riprese di Dogville sia stato tale da non farle ripetere l’esperienza. Così è stata Bryce Dallas Howard, comunque brava, a impersonare Grace. È con lei che Von Trier si è apprestato a girare Manderlay, la seconda parte della sua trilogia.

Come Dogville, il nuovo film di Von Trier si chiude sulle note di Young Americans di David Bowie. Sullo schermo scorrono foto che documentano tutte le ingiustizie perpetrate alle persone di colore nel corso della storia americana. In questo caso sono loro i “giovani americani”, quelli arrivati più tardi nella società civile, dopo l’abolizione della schiavitù. È questo il tema di Manderlay. Grace, dopo essere fuggita da Dogville si ferma a Manderlay, Alabama, dove scopre che alcune persone di colore vivono ancora in schiavitù, a settant’anni dall’abolizione. Cercherà di affrancarli da un simile giogo, ma non sarà così facile.

Anche in Manderlay la critica all’America è evidente. Si capisce come l’abolizione della schiavitù sia stata formale, ma nei pregiudizi e nei diritti sociali le persone di colore sono rimaste schiave a lungo. Ma l’accusa alla “terra delle opportunità” non si ferma a questo. Va molto più a fondo. Manderlay parla anche e soprattutto dell’esportazione/imposizione della democrazia, che qui avviene con la forza, come stava (o sta?) accadendo in Iraq. Von Trier, che nelle interviste si è riferito esplicitamente all’Iraq, mette in scena la presunzione tutta occidentale che i propri modelli e le proprie leggi siano adatti/adattabili a culture ed esigenze diverse dalle nostre. Anche qui, come in Dogville, il discorso può farsi universale. Quello di Grace, e dell’America, in fondo è il vizio tipico di ogni umano: credere di sapere cos’è meglio per gli altri, senza cercare di ascoltarli.

Al Festival di Cannes del 2005, dove è stato presentato, Manderlay ha colpito molto meno del suo predecessore Dogville. La sorpresa delle messinscena scarna fino all’eccesso in effetti non c’è più. Manderlay ripropone la struttura teatrale e anti-Dogmatica di Dogville. La novità è minima: il set stavolta è bianco con le strisce nere a delimitarne gli spazi, invece di nero con le strisce bianche. Una scelta pratica, secondo le dichiarazioni di Von Trier: il bianco avrebbe fatto risaltare meglio i tanti attori di colore, che sullo sfondo nero si sarebbero visti di meno. Ma ci piace pensare che la scelta sia stata fatta anche per ribadire come Manderlay sia il “negativo” di Dogville: non solo a livello visivo, ma anche perché Grace in Dogville rappresentava gli immigrati dove la comunità era l’America, mentre qui impersona l’America stessa, e la comunità fa le veci degli oppressi. Grace è l’arroganza di un’America che tende la mano, e se la prende se non viene colta perché tesa in modo sbagliato.

Dal momento in cui abbiamo sentito le note di Young Americans abbiamo cominciato a chiederci come sarebbe stato Washington, il capitolo finale della trilogia. Ci sarebbe stata di nuovo Nicole Kidman, sarebbe rimasta Bryce Dallas Howard, o avremmo avuto una nuova Grace? In che modo avrebbe giocato con i pochi elementi della scenografia Von Trier? E soprattutto, su quale altro contraddittorio aspetto della politica americana si sarebbe concentrato l’occhio feroce del sadico danese? Forse per il minor successo di Manderlay, forse per una depressione che lo ha colpito negli ultimi anni, Von Trier ha per ora abbandonato il progetto Washington, che era atteso per il 2007, sorprendendoci con una commedia (definizione da prendere con le pinze), Il grande capo. Ora è in arrivo un horror, Antichrist, e della trilogia americana nessuna traccia. Va bene che il cinema è immaginazione, ma il capitolo finale di questa storia probabilmente dovremo immaginarlo ancora a lungo. Chiedendoci anche una cosa: se l’idea era perfetta per la tetra era Bush, avrebbe ancora senso nella luminosa e piena di speranza era Obama?

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