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Dogville

L’Incubo Americano di Von Trier

[del 14/05/2009] [di Maurizio Ermisino]

Titoli di coda: sulle note di Young Americans di David Bowie scorrono immagini di desolazione e miseria. Immigrati, senzatetto, alcolizzati, vittime di assassini. Pezzi di ordinaria vita americana del secolo appena trascorso. Non si può dire che Dogville non sia un film antiamericano: Von Trier con questa canzone decide di legare dichiaratamente all’America quella che può essere considerata una vicenda universale, un film sulla cattiveria dell’uomo. Raccontata da una voce narrante fuori campo, sullo stile del narratore onnisciente dei romanzi classici, divisa in nove capitoli e un prologo, Dogville è la storia di Grace (Nicole Kidman), giovane donna in fuga da un pericoloso gangster. Finisce a Dogville, cittadina di poche anime ai piedi delle Montagne Rocciose. I cittadini, inizialmente diffidenti, si fanno convincere dal “sensibile” Tom a darle aiuto, e la accolgono nella loro comunità. Ma il fatto che la ragazza sia ricercata li mette in una posizione di superiorità: è lei ad avere bisogno di loro per nascondersi, non loro di lei.

Dogville, in occasione della sua presentazione a Cannes nel 2003, colpì subito per le sue scelte visive: una forma teatrale, scarna fino all’eccesso, che ricorda Edoardo II di Jarman. È stato interamente girato dentro un capannone, praticamente senza scenografia: le case sono delimitate solamente da alcune righe di gesso sul pavimento, all’interno ci sono alcuni mobili o oggetti in grado di caratterizzarle, per terra sono scritti i nomi delle vie. Con un ennesimo ribaltamento delle carte in tavola Von Trier si muoveva così agli antipodi del “Dogma”, il manifesto da lui creato che si proponeva di girare in luoghi veri e con luci naturali. Qui il suo concetto di cinema è esattamente l’opposto: l’estrema stilizzazione, il teatro come finzione dichiarata, mentre prima si aspirava alla verità. Ma non si tratta di pura provocazione, quanto di una scelta funzionale a mostrare come i protagonisti siano senza protezione: non ci sono pareti, porte, quinte a preservarli. E come non ci sia più privacy, in America come in ogni altro luogo di un mondo mediatico: muri e barriere sono ormai trasparenti, e ogni cosa che avviene nel privato è in realtà sotto gli occhi di tutti. Tutti osservano, tutti sono responsabili, in un villaggio americano ai tempi della depressione, come in una nazione nel ventunesimo secolo.

I “giovani americani” dei titoli di coda sono gli ultimi arrivati in una nazione che sembra accogliere tutti a braccia aperte, promettendo democrazia, libertà, successo. Ma è un sistema che chiede un prezzo troppo alto da pagare a chi si trovi in una situazione di bisogno. È emblematica in questo senso la scena in cui una crudele Lauren Bacall intima a Grace di non calpestare un sentiero: gli altri lo fanno, ma sono lì da tanto, lei è appena arrivata. Siamo in una terra in cui gli ultimi non saranno primi, chi è arrivato per ultimo non potrà integrarsi mai, si sentirà sempre estraneo alla comunità, sempre sotto esame, e ogni suo punto di debolezza, ogni piccola cicatrice della sua vita potrà essere sfruttato contro di lui. Altro che Sogno Americano. È un incubo. Pensiamo al collare a cui viene incatenata la nostra eroina: non è forse il simbolo di un sistema che punta a reprimere invece che trovare le cause che sono a monte del disagio?

Spietata metafora della società americana, Dogville può essere letto anche a livello universale (potremmo guardare anche nel nostro orticello), come saggio definitivo sulla cattiveria umana, e sui sistemi che regolano il potere e le scale sociali. Chi è in una situazione di potere o di superiorità difficilmente resiste alla tentazione di approfittarne, e così la violenza non può che generare altra violenza. La visione dell’uomo è pessimistica e senza appello. In realtà è l’uomo ad essere così, in America il gioco è solo più evidente. Ma la vera svolta per Von Trier non è tanto nella forma, quanto nel sorprendente finale in cui il cattolico Lars si allontana dal messaggio di Le onde del destino e Dancer in the dark, dove le sue eroine arrivavano all’estremo sacrificio secondo l’etica cristiana del “porgi l’altra guancia”. Qui sembra che il Dio di Von Trier non sia più quello del Vangelo, quello del perdono, ma il Dio dell’antico testamento, quello del castigo e delle terribili punizioni e piaghe. Se l’umanità è davvero quella di Dogville, forse se lo merita.

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Dogville film: Dogville genere: Drama, Wardata di uscita:07/11/2003paese:Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia, UK, Francia, Germania, Olandaproduzione:Zentropa Entertainmentsregia:Lars von Triersceneggiatura:Lars Von Triercast:Nicole Kidman, Harriet Andersson, Lauren Bacall, Jean-Marc Barr, Paul Bettany, Blair Brown, James Caanfotografia:Anthony Dod Mantlemontaggio:Molly Malene Stensgaarddistribuzione:Medusa Distribuzionedurata:135 min brain factor:

Lars Von Trier persona: Lars Von Trier data di nascita:30/04/1956ruolo:Regista, Scenggiatore, Attore

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