Una commedia di Lars Von Trier. Un ossimoro? Uno scherzo? Mentre tutti si aspettavano Washington, la terza parte della sua trilogia americana iniziata con Dogville e proseguita con Manderlay, il sadico danese ci ha spiazzato ancora con un piccolo film girato nella sua lingua. Ma può uno come Von Trier girare una commedia? Si e no. Sì, perché Il grande capo è effettivamente una storia basata sugli equivoci, dove si ride, e spesso di gusto. No, perché uno come Von Trier non può limitarsi a girare solo una commedia, nonostante alla prima scena, giocando con la parola “riflesso” e l’immagine di se stesso con la macchina da presa che si specchia in una finestra, ci avverta che questa storia ci divertirà senza farci riflettere.
Fa pensare eccome, invece, la storia di un attore teatrale che viene ingaggiato per impersonare il grande capo di un’azienda. La cosa dovrebbe durare un giorno, ma la farsa finisce per durare per un’intera settimana. La persona che lo ha ingaggiato è in realtà il vero boss, che si era genialmente inventato un grande capo, perennemente assente a causa dei suoi interessi in America, in modo da poter attribuire a lui ogni decisione impopolare. Come si confà al personaggio Von Trier, dietro al sorriso c’è un ghigno: ne Il grande capo sono presenti tutte le deviazioni di ogni ambiente chiuso nel mondo odierno. Le dinamiche dei posti di lavoro, certo, con i loro termini gergali incomprensibili e spesso vuoti, e i rapporti di potere che si instaurano tra potenti e subalterni. Ma potrebbero essere le dinamiche di ogni società, dove il ruolo rivestito da una persona ne condiziona le azioni, dove il ribaltamento da una situazione di svantaggio a una di vantaggio (e viceversa) fa approfittare subito l’uomo e gli fa cambiare faccia. Se ci pensiamo, Von Trier ha sempre parlato di questo, come negli emblematici Dogville e Manderlay, ma anche in Dancer In The Dark. E anche nel sadico gioco de Le cinque variazioni, in cui si divertiva a porre ostacoli e limiti al lavoro del suo collega Jorgen Leth.
È tutta una recita, tutti abbiamo un ruolo, nel lavoro come nella vita, e ne rimaniamo prigionieri. È questa la “riflessione” di Von Trier. E soprattutto, quando possiamo, tutti evitiamo di prenderci le nostre responsabilità, addossandole ad altri, inventandoci “grandi capi” come cap(r)i espiatori, in un continuo gioco allo scaricabarile. Se ci pensate, succede ogni giorno, in politica, in economia, nel gossip, nello sport. Von Trier è consapevole di questo, e ironizza anche su se stesso. Tanto da regalarci battute come “la vita è come un film Dogma”, o “l’idea è Dio, anche se fosse Hitler lo scrittore”, che scherzano sul proprio modo di fare cinema, dittatoriale ed estremo (ricordate le crisi di nervi capitare a Bjork e alla Kidman, che dichiararono di non voler lavorare più con lui?).
Ma la beffa di Von Trier non si ferma qui: decide di filmare con l’Automavision, un sistema di ripresa che collega la macchina da presa a un computer, delegando in pratica a questo la scelta “random” delle inquadrature. Per un regista come lui, famoso per essere un deus ex machina rigorosissimo, tanto da ricorrere a scelte sempre ben precise (dalla messinscena naturale del Dogma a quella stilizzata e teatrale di Dogville), lasciare al caso quello che dovrebbe essere il suo occhio è qualcosa che stupisce ancora di più del fatto che giri una commedia. Insomma, non si tratta di un ossimoro. Il grande capo è proprio una commedia. Ma è soprattutto, e ancor di più un film di Von Trier. Che potrebbe ormai essere considerato un genere a sé.