Che non faccia più paura è vero. Ma che conservi intatto il suo fascino, è altresì un dato di fatto. Stiamo parlando dell’Uomo Lupo, ultima creatura della notte, in ordine di tempo, ad apparire sul grande schermo, e a farlo anche nei remake che dagli anni Novanta ad oggi hanno visto un interesse crescente nei protagonisti della letteratura gotica.
E’ stato infatti Francis Ford Coppola nel 1992 a ricominciare con Dracula. Seguì il Frankeinstein di Kenneth Branagh, e ora arriva anche questo The Wolfman diretto da Joe Johnston.
Il destino che il cinema ha lasciato alla figura del licantropo è similare, in un certo senso, a quello della sua storia. Un destino da reietto. Da orfano problematico e “poco calcolato” nell’immaginario collettivo. Si pensa sempre a un Dracula, a un Frankeinstein, prima, e poi all’Uomo Lupo. Sarà il sangue blu del primo, o l’inquieta dolcezza del secondo, fatto sta che l’Uomo Lupo ha dovuto faticare parecchio (forse anche un po’ troppo) per (ri)vedersi al cinema.
In realtà c’aveva provato anni fa, nel 1994, il regista Mike Nichols che a Jack Nicholson offriva il ruolo di uomo lupo dei nostri tempi in Wolf. Ma l’ambientazione di Manhattan toglieva molto al fascino dell’Uomo Lupo originale. E sì che al fianco di Nicholson c’era una stupenda Michelle Pfeiffer, reduce felina dal secondo Batman di Tim Burton.
Meglio allora tornare un po’ indietro, a una pellicola il cui ricordo ci commuove per i bei tempi andati. Erano i mitici Ottanta dei paninari e degli yuppies, nei cinema replicavano di continuo Ritorno al futuro e Michael J.Fox era l’idolo di tutti, ed è anche per questo che quando lo vedemmo in Voglia di vincere (Rod Daniel, 1985) nei panni di un licantropo adolescente ci fece emozionare a suon di rock (passione dell’attore) e di tiri a canestro. Ne fu fatto un seguito: loffio.
Però in effetti la figura del licantropo appare sfuggente nell’oscurità delle sale cinematografiche. Alle recenti pellicole, forse il personaggio di Wolverine, direttamente dalla saga fumettistica degli X-men, è ciò che più gli si avvicina. Potremmo parlare anche delle contaminazioni fantasy (leggasi Twilight) a quelle horror (leggasi Un lupo mannaro americano a Londra, John Landis – 1981; o L’ululato, Joe Dante - 1981), però sfugge il vero Uomo Lupo. Creatura della notte che come un’ombra non vuole proprio farsi acciuffare. Il primo e originale Wolfman è infatti anche l’unico, quello del 1941 diretto da George Waggner e a cui quest’ultima incarnazione si rifà direttamente. Rispetto a quella pellicola, scompaiono alcuni elementi narrativi come il marchio sulla pelle (riferimento evidente ai marchi imposti agli ebrei dai nazisti); e si accentua con discreta efficacia il rapporto padre – figlio (in questa versione più problematica). Chiaramente più violenta, la pellicola di Johnston assume una certa importanza anche storica nel voler riproporre un personaggio che il cinema ha sempre sfruttato negli anni come una “riserva”, un personaggio da far entrare in campo quando le idee per nuovi film si fanno più opache.
Un ruolo forse un po’ ingrato, ma che ha sempre portato a casa il risultato. A pensarci: proprio come in Voglia di vincere! Tutto torna, insomma.