L’avvento del sonoro, l’introduzione del Technicolor, lo schermo panoramico, il digitale.
Queste le grandi rivoluzioni che hanno segnato la storia del cinema dalla sua nascita nel 1895 fino ad oggi. Momenti di svolta dovuti o a naturali processi evolutivi o a reazioni nei confronti di altri media che minacciavano il ruolo di veicolo dell’immaginario collettivo che la Settima Arte si era faticosamente conquistata.
Oggi, con una crisi d’idee sempre più preoccupante ed una moltiplicazione incredibile delle possibilità di visione cinematografica (DVD, Blu-Ray, pay TV, Internet), il Cinema cerca di rispondere con una nuova evoluzione tecnologica, il digitale 3D, e con una pellicola che da più parti (in pratica da tutti gli addetti ai lavori) è stata designata come suo manifesto: Avatar di James Cameron.
Ora che anche il secondo appuntamento con le scene in anteprima del film si è concluso, chi scrive ritiene che l’attesa Rivoluzione (maiuscolo non casuale) non sia avvenuta.
Se il 3D digitale è la tecnologia che dovrebbe garantire la totale immersione dello spettatore nella scena, ebbene, da quanto ho potuto vedere questo risultato è ancora lontano. Alcuni «errori» evidenti infastidiscono tale processo. Ad esempio: in alcune sequenze, specialmente quelle più movimentate e veloci, alcuni elementi dello sfondo sono vittime di una sorta di «sfarfallio» come se non fossero perfettamente a fuoco e, proprio perché il 3D amplifica la visione, è impossibile non lasciarsi distrarre da cose simili, perdendo l’illusione di realtà che, invece, dovrebbe essere al centro dell’esperienza cinematografica.
Si avverte, inoltre, la sensazione che il «Cinema del futuro» immaginato da Avatar sia molto, troppo simile ad un’attrazione videoludica, legata all’emotività del momento (inteso come secondo, attimo immediato e prontamente dimenticato, sostituito dall’istante successivo, analogo e fugace anch’esso) e non all’emozione duratura, lieve ma profonda che l’arte sa consegnare a chi la fruisce. Su quest’aspetto, però, è necessario aggiungere che le sequenze «normali», non di pura e semplice azione, messe a disposizione per queste anteprime sono state troppo poche e troppo brevi perché questo giudizio possa avere un valore assoluto.
Tuttavia, per non sembrare catastrofisti, occorre mettere in rilievo anche i dati assolutamente positivi emersi dalla visione.
In primo luogo il realismo dei personaggi animati con la tecnica del performance capture. Per la prima volta dai tempi di Gollum nella trilogia de Il Signore degli Anelli, la loro recitazione è davvero credibile e coinvolgente, anche e soprattutto nei primi piani, storico tallone d’Achille di questa tecnica (come messo in evidenza da pellicole quali Final Fantasy o La leggenda di Beowulf).
La storia, poi, pur non presentando elementi di eclatante novità, ha il coraggio di essere originale e, in un periodo contraddistinto da sequel, remake e trasposizioni varie questa ci sembra una caratteristica da rimarcare. Avatar è, sostanzialmente, un western fantascientifico che coniuga la leggenda di Pocahontas con alcune delle tematiche profonde che da sempre caratterizzano il cinema di Cameron come il rispetto dell’ambiente, la figura della donna forte e indipendente (ricordate Sarah Connor in Terminator?) e la critica alla guerra e al militarismo.
In definitiva, allo stato attuale dell’evoluzione della tecnologia 3D, l’impressione dominante è che ci si trovi di fronte, più che ad una svolta epocale nella storia del Cinema, ad uno strumento che potrebbe essere molto utile per rilanciare alcuni generi da tempo in crisi (come l’horror o gli action movie). I segnali lasciati intravedere da un film come Coraline e la porta magica di Henry Selick, in cui il 3D mostrava realmente qualcosa di mai visto prima che però, al tempo stesso, era al totale servizio dell’emozione suscitata dal racconto, non hanno, infatti, caratterizzato quest’anteprima di Avatar.
Tuttavia è bene ricordare che la tecnologia in questione si trova ancora nel suo stadio «embrionale». Basti pensare che la sua dimensione naturale di fruizione necessiterebbe di uno schermo molto più grande di quelli attualmente in dotazione nelle comuni sale cinematografiche (e tipico, infatti, delle sale Imax) e, forse, di un totale rinnovamento del linguaggio cinematografico.
A questo proposito, è possibile lanciare una piccola provocazione.
Vedendo le sequenze di Avatar emerge che gli artifici tipici del montaggio cinematografico cui siamo abituati da decenni di visione di film (dettagli, particolari, primi piani) creano, con il 3D, una sorta di disagio, un attimo di confusione più o meno conscia nel pubblico che, però, annulla momentaneamente la sospensione dell'incredulità di cui il cinema si è sempre nutrito. Quindi viene da chiedersi: se il fine ultimo del 3D è immergere completamente lo spettatore nella scena, ottenendo un livello di realismo prossimo all'olografia, il montaggio cinematografico ha ancora un senso? Forse, perché la svolta vera e propria si compia, sarà necessario che i film divengano dei lunghi piani sequenza che simulino il punto di vista dello spettatore?
Ai vostri post (e alla visione completa di Avatar di James Cameron dal prossimo 18 Dicembre) l’ardua sentenza…