Un vincitore, il messicano Rigoberto Perezcano, che dedica il suo film di frontiere e sentimenti, Northless, «agli immigrati di tutto il mondo». Due premi della Giuria, al Belgio maghrebino di Les Barons e all’esistenzialismo familiare di My daughter della regista malese Charlotte Lim Lay Kuen: chiusura in happy ending per il nono Festival del Film di Marrakech, in un tripudio di kaftani e cravatte nella scenografia alla Antonello Falqui del Palais des Congrès, con tanto di megapalco, dolly per le tv e doppia scala avvitata: «Un palmares da vero cinema», commenta il direttore artistico Bruno Barde, uno dei padri francesi della “creatura” marocchina. «Siamo cresciuti velocemente – dice - dopo nove anni nemmeno Venezia aveva raggiunto questo livello. Possiamo migliorare, ma siamo diventati un grande festival».
L’entusiasmo di Barde non è ingiustificato. Dal 2000 a oggi il Festival del Film di Marrakech si è imposto come l’evento cinematografico mediaticamente più rilevante d’Africa, capace di richiamare ai piedi delle montagne dell’Atlante 12.000 accreditati, autori del calibro di Martin Scorsese, Roman Polanski, Abbas Kiarostami e Milos Forman oltre a una schiera di registi e attori dai cinque continenti: «Marrakech è anche questo – dice ancora Barde - un festival che non guarda solo al mondo arabo e africano ma si apre alle culture del mondo». I numeri ci sono tutti, con 127 film di 21 nazionalità diverse sottotitolati in arabo, francese e inglese (e da due anni accessibili anche ai non vedenti), proiezioni gratuite e senza censura, sale piene come moschee di un pubblico rumoroso ma facile all’applauso e divertito: «Il pubblico del Marocco sta diventando cinefilo. La gente si sta abituando a vedere film di ogni tipo, le reazioni in sala sono più mature. È una vittoria del Festival», conclude il direttore.
Ma questo, più che una vittoria, è il punto su cui l’entusiasmo degli organizzatori diventa meno comprensibile: perché i marocchini, al cinema, hanno smesso di andarci da un pezzo. Anche qua i numeri ci sono tutti: se 30 anni fa c’erano 250 sale in tutto il paese, oggi in Marocco ne sopravvivono solo 37. Multisale, soprattutto, in cui il biglietto costa cinque volte quello normale e cinquanta volte il prezzo di un dvd piratato. A Marrakech, dove fino a pochi anni fa in ogni quartiere oltre al forno e all’hammam c’era anche un piccolo cinema rionale, le sale aperte si contano sulle dita di una mano. Il Fassi sopravvive trasmettendo partite di calcio, il Colosseum potrebbe trasformarsi in un supermercato prima della prossima edizione del festival. L’Eden, storico primo cinema della città aperto dal 1926, ha chiuso i battenti a gennaio. Aveva una sala interna da 300 posti e due esterne, il biglietto costava l’equivalente di un euro, si proiettavano film francesi, marocchini, americani e indiani: «Il paese vive un paradosso – dice Tarik Mounim, presidente di “Save Cinema in Morocco”, organizzazione di giovani che si battono per la riapertura dell’Eden – siamo felici che il festival abbia fortuna e che gli americani vengano a girare i film da noi, ma chi fa il successo dei film è la gente… e la gente ha smesso di andare al cinema. Il nostro cinema sta morendo». Magari Martin Scorsese qui non ci avrà mai messo piede, ma a giudicare dai ricordi di Abdullah, che all’Eden ci lavora come proiezionista da 18 anni, «ai tempi in cui si facevano anche 500 euro a settimana», il pubblico locale non mancava. Quello stesso pubblico che per dieci giorni si è riunito nella piazza dei saltimbanchi, Jemaa El Fna, dove il Festival ha installato uno schermo cinematografico come attrazione fra le attrazioni, «per rispettare una modalità di consumo condiviso del cinema – dice Barde - che pur non essendo un’abitudine europea appartiene in pieno a questo luogo».
Calato il sipario sul festival, al posto del maxischermo son tornati taxi, carrozze, cantastorie e mendicanti. Del cinema (e di altro) resta ancora il bisogno: se ne riparlerà fra un anno, inshallah.