Michael Jackson: il dio, la star, il rivoluzionario, l'uomo che ha saputo, letteralmente, cambiare pelle, il re del pop, il genio. Eppure passerà alla storia anche come un satiro con tendenze pedofile- eppure i suoi processi sono più indiziari e fallaci di quelli sommari di McCarthy (c'è chi s'è suicidato per i sensi di colpa nei confronti di Jacko)-, un bizzarro uomo-bambino in conflitto con la sua identità, un eccentrico pupazzetto di mezz'età che ha vissuto un difficile, prematuro e fallimentare crepuscolo nella sua Neverland.
Successo o flop? Difficile parlare di una o l'altra cosa riguardo ai risultati di This is It, il documentario sul backstage dell'ultimo concerto di Michael Jackson. Il film è arrivato infatti al primo posto in tutto il mondo, ma siamo ben lontani dai risultati pronosticati dalla Sony, che alla vigilia parlò addirittura di 250 milioni d'incasso mondiale al primo weekend. In realtà alla fine i milioni sono stati 101, 32 dei quali nei soli Stati Uniti.
Nonostante l'enorme quantità di dischi, libri, giornali e dvd celebrativi che hanno "sfruttato" a dovere il decesso del Re del Pop, l'atteso film documentario This is It tarda ad arrivare e la data di uscita è slittata al 30 di ottobre.
Nel prossimo film di Sacha Baron Cohen, già autore dell'irriverente Borat, la Universal Pictures ha deciso di tagliare una lunga scena che prendeva di mira Michael Jackson.
Nel corso dei primi anni Ottanta, gli schermi cinematografici americani cominciavano ad essere invasi dalle presenze algide e muscolose degli attori-culturisti, simboli perfetti di quella venerazione del corpo e dell’aspetto fisico (leggi: apparenza) che, negli Stati Uniti di Ronald Reagan sembravano essere i valori dominanti. Gli americani, per definizione “giovani, belli e sani” avevano paura di invecchiare, lottavano contro il tempo in tutti i modi possibili (fitness, chirurgia estetica, sport estremi) e anche il cinema, ovviamente, si adeguava alla perpetuazione di celluloide del Sogno Americano (un esempio soltanto: Ritorno al futuro). Oltre a questo, l’isteria rispetto alla “corruzione della carne” e la paura delle nuove malattie insorgenti (AIDS ma anche cancro) portava una sorta di fobia del contatto fisico che il cinema horror americano degli anni Ottanta ha fotografato alla perfezione nella corrente del cosiddetto Body Horror. Mutazioni, lacerazioni, squartamenti e trasformazioni varie ci davano il polso di una nazione in cui la gente non si fidava più del proprio corpo, identificandolo, improvvisamente, come “il nemico”. Rispetto alla Fantascienza politica degli anni Cinquanta, la minaccia non era più “out there”, ma “within”.




