Può essere tante cose l’ultimo film di
Alex Proyas,
Segnali dal futuro. È un thriller. È in pratica anche un film di fantascienza. E si può ascrivere anche pienamente al genere catastrofico. Il protagonista del film, infatti, scopre che il figlio ha trovato a scuola – in una capsula del tempo che gli alunni avevano preparato cinquant’anni prima – un misterioso foglio pieno di numeri. Capisce così che questi numeri indicano tutti i disastri avvenuti negli ultimi anni. E quelli che devono ancora avvenire.
9/11/2001. È normale che tutto parta da qui. Il protagonista lo scopre quasi per caso. In una sequenza di numeri che pare ininterrotta e senza senso, una tazza appoggiata sul foglio per caso forma un cerchio, che va a segnalare proprio quelle cifre. È da quella data che il collegamento tra i numeri e le catastrofi scatta. E non poteva essere altrimenti. Da quel momento, si passa alle disgrazie che devono ancora avvenire. E il film – dopo una prima parte di attesa – entra a pieno titolo tra i film catastrofici.
Ma non c’è solo quella data a legare il film all’attualità. I riferimenti all’ondata di terrore che ha sconvolto l’Occidente nei primi anni del nuovo millennio è anche nelle tragedie a cui Nicholas Cage, una volta appreso che quel foglio gli permette di conoscere (
Knowing è il titolo originale della pellicola) anche quelle future, assiste cercando di evitarle. Così, insieme a lui, assistiamo a un aereo schiantarsi su un campo, vicino a un’autostrada. E la mente non può non correre a quell’undici settembre, e al quarto aereo, il famoso United 93, che era destinato alla Casa Bianca e che si schiantò in un luogo diverso. E c’è anche un altro attentato che Cage cerca di sventare. Quello in una metropolitana a New York. E anche qui l’associazione è immediata: l’attentato alla metropolitana di Londra del 2005, l’altra grande ferita inferta all’Occidente dal terrorismo.
Segnali dal futuro allora si può ascrivere pienamente al filone del cinema americano post 11 settembre. La tragedia, infatti, non è presente solo nei film che la trattano in maniera diretta (
United 93,
Fahrenheit 9/11,
World Trade Center e così via), ma è presente come sottotesto in moltissimi film, anche di genere, come se ogni opera artistica che abbia a che fare con la paura e la tensione non possa non fare i conti con quello che nella vita reale è stato uno dei momenti assoluti di terrore che siano capitati alla nostra generazione.
Vediamo alcuni esempi di questo processo: in
Batman Begins, di
Christopher Nolan, lo Spaventapasseri, grazie a una droga, fa provare alla gente le proprie peggiori paure. E lo stato di panico continuo, la psicosi di massa, assomigliano tanto a quella creata dai media nell’era Bush, a quello stato di guerra perenne per controllare le masse di cui parlava
Orwell, citato proprio da
Moore nel suo pamphlet anti Bush. Anche
The Village, di
M. Night Shyamalan, travestito da horror gotico, è in realtà un racconto allegorico e morale sull’occidente post 11 settembre: la comunità che vive isolata, circondata da un bosco, che sfrutta la paura delle strane creature per non far uscire la gente, altro non è che l’America di Bush. Chiusa e arroccata nelle sue convinzioni, come possiamo vedere anche in
The Terminal, di
Steven Spielberg, in cui vediamo i maniacali e assurdi controlli in un aeroporto, e a un certo punto sentiamo dire “l’America è chiusa”. Proprio Spielberg è uno dei cineasti più influenzati dal clima del dopo attentato: i riferimenti al terrorismo sono piuttosto espliciti sia nel suo
La guerra dei mondi, che in
Munich, dove nella spirale di violenza che segue ai fatti di Monaco ’72 è impossibile non leggerci le ritorsioni e le rappresaglie dei giorni nostri (i bombardamenti indiscriminati nei campi profughi palestinesi come quelli nell’Afghanistan dopo l’11 settembre) e capire le radici dell’odio che dura ancora oggi, per concludere che “non c’è pace alla fine di tutto”.
Segnali dal futuro è a pieno titolo uno di quei film che parlano dell’11 settembre, e del rimpianto di non aver potuto sapere prima, non aver capito. E non essere riusciti a evitare il disastro. In questo senso è interessante il messaggio di un altro film di genere,
The Bourne Ultimatum. Jason Bourne è l’agente segreto senza memoria. Essere senza memoria non significa solo non conoscere se stessi. Significa non conoscere i propri nemici, e la direzione dalla quale arriva il pericolo. E in questo Jason Bourne sembra essere una metafora dell’America post 11 settembre, e della sua lotta alla cieca contro un nemico senza volto e senza bandiera. Ma l’action thriller di
Paul Greengrass è profondamente calato nella realtà di questi anni anche al di là delle metafore: il continuo gioco di intercettazioni, intrusioni nelle comunicazioni di ognuno, la frenetica attività di intelligence che sta dietro a questa spietata caccia all’uomo è sintomatica dell’ossessione per il controllo dell’America di Bush. Che nasconde il rimpianto per non aver fermato in tempo i terroristi e non aver evitato la strage del World Trade Center. Non a caso il film si snoda tra alcune delle città che sono state teatro delle tragedie più grandi che hanno colpito l’occidente in questi anni: Londra (dove una scena incredibile per intensità e suspence è stata girata tra la vera folla che si trovava a Waterloo Station), Madrid (dove vediamo arrivare Bourne proprio nella stazione dei treni) e ovviamente New York, per la resa dei conti finale. Come in
Segnali dal futuro, come in quella maledetta mattina di settembre. Al centro c’è sempre New York.