Rob Zombie, con solo quattro film all’attivo (La casa dei 1000 corpi, La casa del diavolo, Halloween e l'imminente Halloween II) si conferma uno dei più vitali e promettenti registi horror del panorama americano contemporaneo. Artista poliedrico (musicista, regista, disegnatore, scrittore), l’ex leader dei White Zombie riesce a trasferire nel suo cinema quella carica sovversiva tipica degli anni 70 e che, oggi, sempre più registi cercano di recuperare. Il suo nome (non nuovo, di certo, a tutti gli appassionati di musica) è Rob Zombie (ma quello vero è Robert Cummings) e il suo cinema autodidatta (il rocker è allergico alla parola “scuola”) ha contribuito in modo essenziale al successo che il genere horror sta avendo in ogni parte del mondo. Certo, il buon Rob non è l’unico tra le nuove leve horror ad aver raggiunto ottimi risultati: Eli Roth e Lucky McKee sono due talenti di innegabile valore e le loro opere (Cabin Fever, Hostel, May e Masters of Horror – Sick Girl) sono tra le cose migliori viste negli ultimi anni; ma Rob Zombie, con La casa del diavolo, ha realizzato un film di importanza capitale, una pellicola praticamente perfetta che fonde e, contemporaneamente, trascende i generi cinematografici e che, quindi, oltre ad imporsi come moderno cult di riferimento, conferisce al regista la qualifica di “autore” con tutti i crismi del caso.
LE ORIGINI
Robert Cummings nasce il 12 gennaio 1966 a Haverhill, Massachusetts e, insieme al fratello minore Michael, cade subito vittima di una fascinazione quasi ossessiva per i fumetti horror, i classici film di mostri, i romanzi dell’orrore e per quello che potremmo definire come “lato oscuro” della contro-cultura americana figlia degli anni 60. Una volta cresciuti, i due fratelli decidono di dedicarsi al design, ma mentre Michael abbandona la scuola d’arte per diventare un musicista, Robert si sposta a New York deciso a fare carriera nell’editoria. Durante il primo periodo newyorkese il Nostro si mantiene con una commistione di piccoli lavoretti, tra i quali l’assistente produttore nello show Pee-wee’s Playhouse e il designer per alcune riviste pornografiche. In questo periodo Robert conosce Shauna Reynolds; i due condividono lo stesso “morboso” interesse per l’horror e la musica Heavy Metal: in poco tempo questa loro passione comune li spinge a fondare una rock band che, ispirandosi al celebre film con Bela Lugosi, si chiama White Zombie. Nel 1987 la band, che ormai si è conquistato una certa fama all’interno degli ambienti underground newyorkesi, pubblica il primo LP intitolato “Soul-Crasher”, ed è in questa occasione che nasce ufficialmente il soprannome di Rob Zombie. I due album che seguono – Le Sexorcisto (1991) e Astro Creep: 2000 (1995) – vengono prodotti dalla prestigiosa etichetta Geffen e trasformano i White Zombie in una delle band più seguite e innovative della scena rock americana degli anni 90. L’aspetto più caratterizzante della band risiede nelle strepitose coreografie a base di pupazzi giganti, fondali ed effetti speciali, che Rob Zombie stesso concepisce ispirandosi all’immaginario del cinema horror e di fantascienza (stimolo che lo guida anche a disegnare fino all’ultimo particolare le copertine e i booklet dei suoi dischi). Il 1998 è l’anno che vede lo scioglimento effettivo dei White Zombie, la nascita della carriera di Rob come solista (l’album della svolta è Hellbilly Deluxe) e l’inizio della relazione artistico-sentimentale tra il musicista e la sua musa (ora moglie) Sheri Moon, la bellissima attrice che compare nel ruolo di Baby nei primi due film diretti dal marito oltre che in 15 dei suoi video musicali e nei due Halloween.
IL CINEMA
L’interesse mai sopito che Rob Zombie ha sempre avuto per il cinema trova il modo di affermarsi grazie ai video delle sue canzoni che l’autore scrive, produce e dirige con l’entusiasmo di un vero appassionato che ha trovato il modo di “liberare i propri demoni”. Il talento visivo di Zombie contribuisce all’immagine psichedelica e horror-centrica dei White Zombie e il video di Thunder Kiss 65 (morti viventi, il Mostro di Frankenstein, Go Go dancers), oltre a diventare immediatamente di culto, rappresenta un vero e proprio concentrato dell’immaginario horror-pop così caro al regista fin dall’infanzia. Altri esempi celebri e significativi sono “More Human than Human” in cui è la fantascienza anni 50 a prevalere, “Living Dead Girl” come chiaro omaggio al cinema espressionista tedesco e “Never Gonna Stop” in cui Zombie si rifà ad Arancia Meccanica. Lo stile di Zombie è talmente accattivante che molti gruppi della scena americana si “ispirano” ai suoi lavori sperando di eguagliarne il successo. Ma intanto, è proprio questo successo che avvicina il musicista al suo sogno più segreto: diventare regista; dai video musicali al cinema il passo è breve anche se non privo di difficoltà. La prima proposta che gli arriva è dirigere il terzo capitolo della saga di Il corvo: Zombie scrive la sceneggiatura che, però, viene bocciata e il progetto tramonta. Per consolarsi il Nostro accetta di animare la sequenza del viaggio psichedelico nel film d’animazione Beavis and Butt-head do America (1997): il risultato è eccellente e serve ancora di più ad attirare l’attenzione dello Show Business sulle sue doti come designer. La vera occasione però arriva nel 2000, quando la Universal (per la quale il regista aveva già realizzato un’istallazione per il parco a tema degli Universal Studios) contatta Rob Zombie e accetta di produrre La casa dei 1000 corpi, una sceneggiatura originale ideata dallo stesso regista. Il successo che il genere horror stava avendo sul mercato (soprattutto grazie ai numerosi remake) stuzzica non poco i dirigenti Universal, i quali non fanno troppe domande consentendo a Zombie di girare il suo film tra il 14 maggio e il 20 agosto dello stesso anno. Probabilmente, quello che i produttori si aspettavano dal regista (vista la sua origine “musicale”) era un viodeoclip edulcorato ed estetizzante tipo Stigmate; sfortunatamente per loro (ma non per noi!) Rob Zombie non è Rupert Wainwright e così il prodotto che si trovano fra le mani (sadico, politicamente scorretto, inquietante, sporco e iper-violento) li spiazza a tal punto da rinunciare ad una distribuzione. Deluso, ma con un film terminato che aspetta di trovare un suo pubblico, Rob Zombie comincia a proporre La casa dei 1000 corpi ad altre case di distribuzione ma i risultati non sono incoraggianti: il film è troppo estremo e nessuno vuole rischiare. Finalmente, nel 2002, la Lions Gate Pictures (e chi altri?!) decide di accettare la scommessa e distribuisce il film nelle sale. Il film ottiene ottime recensioni, l’approvazione dello zoccolo duro degli appassionati e (soprattutto grazie alle vendite del dvd) guadagna anche un discreto gruzzoletto. Tanto basta per spingere Rob (e non gli saremo mai abbastanza grati) a realizzare La casa del diavolo, horror western di una maturità sorprendente che fonde con maestria ed intelligenza il cinema Tobe Hooper con quello di Sam Peckinpah, passando per il Ridley Scott di Thelma e Louise.
Il successo del film (soprattutto tra i fan del genere i quali sono, poi, gli unici ad avere voce in capitolo) poi, porta Rob dritto verso il remake di Halloween. Nel momento esatto in cui le prime voci ufficiali annunciavano che anche questo capolavoro di John Carpenter stava per essere sottoposto alla “cura remake”, milioni di fan (ma sarebbe più giusto usare la parola “discepoli”) si sono scatenati in proteste più o meno garbate. Poco importava, a loro, se dietro alla macchina da presa c’era Rob Zombie, ovvero uno dei più interessanti talenti horror degli ultimi anni: Halloween è un mito di celluloide che nessuno ha il diritto di toccare. Da allora (e durante tutto il corso delle riprese), Rob Zombie ha dovuto fare i conti con innumerevoli indiscrezioni (la maggior parte delle quali completamente inventate) e il suo blog su MySpace è stato letteralmente invaso dai commenti dei detrattori e da quelli che, invece, lo incoraggiavano. Insomma, il remake di Halloween è diventato il “caso dell’anno” ancora prima che il film diventasse realtà. Intervistato all'epoca da chi scrive circa la genesi del film, Zombie aveva dichiarato: “I remake dei film horror, la maggior parte delle volte, si risolvono in fallimenti. E il motivo è che mancano di originalità: invece di prendere spunto dal film originale per creare qualcosa di nuovo e fresco, i registi cercano solo di copiare la pellicola di riferimento. Questo approccio è sbagliato in partenza proprio perché quel film…già esiste! Per quanto riguarda la scelta di Halloween posso dire che era destino. La prima volta che vidi il film di Carpenter, ebbi immediatamente la sensazione di essere di fronte a qualcosa di unico, una pellicola che avrebbe riscritto le regole dell’horror moderno. E, nonostante le miriadi di stupide imitazioni nel corso degli anni, così è stato”. E il Divino John Carpenter come ha reagito? Dimostrando la solita ironia e anche il consueto pragmatismo, ha incoraggiato Rob (suo amico da anni) a non ascoltare nessuno, ad andare avanti per la sua strada e ha dichiarato al sito Suicidegirls.com : “Quando non sono io a dirigere un film, non lo sento assolutamente mio. Sono onorato che qualcuno scelga un mio vecchio film per crearne una versione contemporanea; io non tento di proteggere “la mia miniera d’oro” o cose del genere: e poi, alla fine, si tratta solo di un maledetto film!”. Un “maledetto film” che per i fratelli Weinstein (sono loro ad aver proposto il progetto a Zombie, dopo che Oliver Stone, il quale si era detto interessato, aveva preferito l’opzione World Trade Center) si è rivelato (in questo caso sì!) una vera e propria miniera d'oro tanto che i due fratelli “terribili”, dopo aver fatto scrivere una sceneggiatura di Halloween II ai due francesi Bustillo e Maury (Inside), sono ritornati sui loro passi, hanno richiamato Rob Zombie e gli hanno offerto carta bianca per riportare sullo schermo la furia di Michael Myers. Halloween II esce in questi giorni nei cinema americani, proprio mentre il regista americano annuncia di voler mettere in scena, come prossimo film, il remake di The Blob (1958): pur avendo estrema fiducia in Rob, speriamo ardentemente che la “remake mania” non finisca per fagocitare anche lui...