Che cosa sta succedendo al genere action?
Sembra proprio che il terribile influsso degli anni ’80 (ecco un altro, l’ennesimo motivo per detestare a buon diritto quella decade) stia inesorabilmente facendo il suo nefasto ritorno. Le pellicole d’azione dell’ultimo periodo, infatti, presentano la stessa, sconcertante banalità nelle loro trame insulse, il medesimo giustizialismo senza appello in nome degli indiscutibili valori americani (che poi l’America abbia i suoi «scheletri nell’armadio», poco importa: il Sistema prima di tutto!) ed un analogo tasso di anabolizzanti (assunti dai loro serissimi e sempre incavolati protagonisti).
Gli eroi di allora erano Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger, Steven Seagal (la cui nota cinematografica di maggior rilievo è il matrimonio, poi naufragato, con La signora in rosso Kelly LeBrock) e Chuck Norris. Quelli di oggi sono Channing Tatum ed ex-wrestler come John Cena e Dwayne – The Rock – Johnson (che, saggiamente, negli ultimi tempi sembra dedicarsi principalmente alla commedia).
Fisici e, soprattutto, lineamenti scolpiti nel marmo; un arsenale potenzialmente infinito di armi ed un numero di morti da far invidia a qualsiasi guerra, preventiva e non. Questi gli elementi che contraddistinguono film guidati da un’ideologia ferrea, implacabile: il fine giustifica ogni mezzo e le leggi sono soltanto fastidiosi ostacoli. “Regole di merda” per citare Marion Cobretti, detto «il Cobra», protagonista dell’omonimo film del 1986 diretto da George Cosmatos ed interpretato da Sylvester Stallone. Con un fiammifero incastrato tra i denti, gli occhiali con le lenti a specchio e le tipiche giacche dalle spalle larghe, Cobra è l’emblema perfetto della cultura della «tolleranza zero» (“Tu sei il male. Io sono la cura” è il suo slogan). Una cultura che troverà legittimazione nei primi anni ’90 con politiche repressive atte ad arginare le criminalità ed il vizio dilaganti, con esiti spesso ambigui se non fallimentari (ne è prova il pestaggio subito da Rodney King a Los Angeles nel 1991).
Una strategia politica che, sicuramente, avrebbe trovato due ferventi sostenitori nel Colonnello John Matrix e nel Maggiore Scott McCoy. Il primo, in Commando del 1985 con protagonista l’attuale governator della California Arnold Schwarzenegger, stermina 103 persone coinvolte nel rapimento di sua figlia, per poi vantarsi, rispondendo ad una domanda del suo ex generale, di aver lasciato alle autorità “solo cadaveri”.
Il secondo, invece, ha le sembianze di Chuck Norris ed è a capo della Delta Force, una squadra di forze speciali statunitensi protagonista dell’omonimo film del 1986.
Se nelle altre pellicole l’intento ideologico poteva essere una logica conseguenza del clima socio-politico instaurato da Ronald Reagan e dalla sua amministrazione, in questo caso esso rappresenta il motore vero e proprio dell'intera produzione. Il film, infatti, è diretto da un regista israeliano, Menahem Golan (anche produttore di Cobra) e racconta del provvidenziale intervento della Delta Force di Norris per liberare i passeggeri di un aereo tenuti in ostaggio da spietati terroristi arabi. La linea filo-israeliana che avrebbe contraddistinto la politica estera americana negli anni a venire e fino ai giorni nostri irrompeva nell’opinione pubblica attraverso i prodotti dell’industria culturale.
Per fortuna gli anni ’90 portano con sé una ventata d’aria fresca per il genere action. Aria fresca caratterizzata da una cospicua, e più che necessaria dose di autoironia e da un processo di umanizzazione dell’eroe, non più patriota integerrimo, indistruttibile e testosteronico (da buon edonista reaganiano) ma uomo comune, sottopagato e pieno di difetti.
Figura emblematica di tale cambiamento di rotta è John McClane, protagonista, con il volto di Bruce Willis, della saga di Die hard nata negli Eighties (il primo capitolo, Trappola di cristallo, è del 1988) ma sviluppata e perfettamente compiuta nel decennio successivo. Alla serietà dei guerrieri americani, McClane oppone il suo sarcasmo e la sua disillusione dovuti alla consapevolezza che i valori della patria e della famiglia (McClane divorzia nel corso della serie), prima tanto sbandierati, ora sono calpestati dagli stessi uomini che più dovrebbero difenderli e che tra questi ed i terroristi da lui affrontati non ci sia poi molta differenza.
L’atmosfera ludica e più rilassata rispetto alla «pesantezza» ideologica degli anni ’80, è anche dovuta all’evoluzione espressiva del cinema, con l’incredibile sviluppo degli effetti speciali digitali come strumento per accrescere il divertimento cinematografico.
Pellicole come True lies (1994) del pioniere James Cameron o Last action hero (1993), gioiello ingiustamente sottovalutato di John McTiernan sono un esempio perfetto di tale tendenza. Entrambe interpretate da un inaspettatamente ironico Arnold Schwarzenegger, che si prende gioco dei personaggi mono-epsressivi interpretati fino a quel momento, testimoniano il prevalere dell’i(pe)rrealtà e dell’eccesso divertito sulla ridicola seriosità propagandistica.
Ma a cambiare radicalmente le cose, imponendo ai film d’azione un brusco passo indietro, ci pensano Osama Bin Laden e Al Qaeda.
Gli attentati dell’11 Settembre 2001 scuotono dalle fondamenta le certezze degli americani. In un simile clima di tensione, l’industria culturale ed i suoi generi più popolari devono tornare a svolgere una funzione smaccatamente politica, così da generare consenso incondizionato, nel migliore dei casi, o semplice disimpegno, nel peggiore, attorno alle decisioni, anche discutibili, delle autorità governative e militari.
Il terrorismo torna ad essere un argomento troppo serio perché sia sdrammatizzato cinematograficamente e i prodotti culturali di maggior consumo devono smetterla d’instillare nell’opinione pubblica dubbi e perplessità sull’operato delle istituzioni (che lo facciano gli intellettuali radical come Paul Haggis e Michael Moore!) ed iniziare, invece, a compattarla attorno ad essa.
Il primo segnale di tale rigurgito arriva proprio dal quarto episodio della serie Die hard (Vivere o morire del 2007) nel quale la vena «anarcoide» e fuori dagli schemi di John McClane è notevolmente affievolita in favore di una visione del personaggio che privilegia il suo ruolo di difensore dei valori americani.
Un’ulteriore conferma, poi, viene dalla Delta Force degli anni 2000, i G.I. Joe, al centro di una pellicola, G.I. Joe: La nascita dei Cobra, grondante scene d’azione interminabili, cameratismo insopportabile (perché esteso anche ai personaggi femminili: l’altra faccia dell’emancipazione e del femminismo degli anni ’70…) ed una visione semplicistica ed unilaterale della lotta al terrorismo.
In attesa di assistere al ritorno dei «grandi vecchi» Stallone (con l’atteso quanto, in quest’ottica, ambiguo The Expendables) e Schwarzenegger (se le voci circa True lies 2 fossero confermate), l’unica alternativa ad una simile impostazione per gli amanti del genere, è l’insignificante «film-giocattolo» che ha fatto la fortuna di un regista mediocre come Michael Bay.
Come dire: di male in peggio…