È un regista mutevole,
Alex Proyas. Versatile, se vogliamo vederla dal lato positivo. Discontinuo, se vogliamo vederla da quello negativo. Viene dai videoclip, e per l’universo dark de
Il corvo questa poteva essere una qualità positiva. Pian piano Proyas ha saputo far evolvere il suo stile, allontanandosi dal videoclip e adattando il suo mood oscuro a un universo dark, ma molto più complesso di quello del fumetto da cui era tratto
Il corvo. Parliamo di
Dark City, praticamente anche se non esplicitamente ispirata all’universo di
Philip K. Dick, in particolare a
Tempo fuori luogo. Era sempre un Proyas molto noir, ma capace di raccontare e scavare in profondità, come un’opera di quel tipo presupponeva. Meno a suo agio Proyas è stato con
Io, Robot, un film meno oscuro e più patinato, lucido, levigato come le superfici di vetro e acciaio del futuro ipertecnologico che rappresentava. Come queste superfici, il racconto per immagini di Proyas era freddo, asettico.
In
Segnali dal futuro lo stile di Proyas si evolve ancora. Per la maggior parte della pellicola, che racconta la storia di un padre la cui figlia a scuola trova un foglio misterioso che ha previsto tutte le catastrofi di ieri oggi e domani, non ci troviamo al buio ma in pieno giorno. È un Proyas più luminoso. Ma è sorprendente come sembri – non suoni come una critica – di trovarsi nel film di un altro autore. Se non sapessimo prima che film stiamo vedendo, ci sembrerebbe di vedere un film di
M. Night Shyamalan. Quelle di
Segnali dal futuro sono le immagini nitide, chiare, solari, ma soltanto in superficie, dei film dell’artista indiano.
E poi c’è l’incedere del film. Lento, assorto, sospeso. Quasi pacato. Una trama che si dispiega poco a poco, che, almeno all’inizio, non insiste per mostrare tutto, ma lavora sull’attesa, e sulla sottrazione. Una trama che procede lentamente verso la soluzione.
Segnali dal futuro è uno di quei film che si seguono, perché non si può fare a meno di farlo. Perché incuriosiscono. È un film vicino a
Unbreakable, a
Signs, e anche al recente
E venne il giorno, con cui ha in comune la fuga da qualcosa di insormontabile da affrontare.
Anche il personaggio principale, interpretato da
Nicholas Cage, sembra uscito da
Unbreakable o
Signs. È uno di quei personaggi in crisi esistenziale, che ha perso la fede, e forse anche qualcuno di molto caro. È un personaggio alle prese con un bambino, che deve proteggere e che si sente insicuro nel farlo, proprio come
Bruce Willis o
Mel Gibson nei film di cui sopra. Una persona sorpresa dagli eventi. Impreparata. Ma scelta non a caso. A suo modo, un eletto. O il padre di un eletto. Ma non si tratta solo del personaggio principale. Tutto il film è costellato di personaggi curiosi, straniati e stranianti. Anche i sottotesti, da quello dell’attualità fino a quello religioso, tipici di Shyamalan, non mancano. Forse solo il finale del film – troppo esplicito, troppo "mostrato", appena un po’ prevedibile – non è all’altezza di quelli del nuovo maestro della suspence. Ma si sa che i suoi twist ending, i suoi finali a sorpresa, hanno fatto scuola e sono diventati il suo marchio di fabbrica. E quelli sono difficili da raggiungere.