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Videocrazia e simili a Venezia
Molti discutono di Lourdes, il film austriaco di Jessica Hausner che fa parlare già di Leone d’oro e che ha stupito per la sua riflessione spirituale e antropologica. Altri sembrano sorpresi dalla bella riuscita del remake- ma con l’originale condivide davvero poco- de Il cattivo tenente di Abel Ferrara da parte di Werner Herzog, con un’Eva Mendes persino troppo sexy e un Nicolas Cage risorto nel primo bel ruolo degli ultimi quindici anni, dopo Via da Las Vegas (un miracolo degno di Lourdes, appunto).
Ma quello che colpisce profondamente di questo iniziale scorcio della 66^ Mostra internazionale dell’arte cinematografica di Venezia è il tributo d’amore, odio e studio verso la sorella minore, ma ben più potente, della settima arte: la televisione. Si è cominciato con l’ottimo sequel Rec 2, che trasforma in demoniaca la telereporter d’assalto (Manuela Velasco, avida di scoop), anche se questa volta le videocamere, le soggetive sono della polizia o amatoriali. Nello splendido Celda 211 delle Giornate degli Autori, a cui il pubblico della Sala Perla 2 ha tributato una standing ovation, la tv è lo strumento di potere, di ricatto e di riscatto dei prigionieri ribelli e del loro leader per caso, è la funesta portatrice di cattive notizie e infine l’ingannatrice esca dell’assalto finale del sistema. Metafora fine e geniale del ruolo che registi e pubblico cinefilo attribuiscono al piccolo schermo. Strumento principe, secondo Erik Gandini e il suo documentario Videocracy- Basta apparire (evento speciale che unisce Giornate degli Autori e Settimana della Critica), della rivoluzione culturale, politica ed economica che negli ultimi 30 anni ha modellato l’Italia a immagine e somiglianza di Berlusconi e della sua tv commerciale. “Questa tv mi fa paura- ha affermato il regista a chi gli chiedeva della censura subita dal suo trailer, delle querele del premier a Repubblica e Unità e del caso Boffo- come lo stato di tensione, di guerra che si vive in questo paese, in cui in ballo c’è proprio il diritto d’informazione”.
E un’altra pellicola, come questa uscita nelle sale italiane ieri, ma di finzione, mostra il lato oscuro della scatola magica. Le ombre rosse di Citto Maselli, fuori concorso, la usa, infatti, come strumento deviante nel suo ritratto metaforico della sinistra radical chic: un’intervista a un tg locale per andare su tutti i giornali, un talk show politico per strumentalizzare l’idealismo dei movimenti radicali. E nel distopico Metropia di Tariq Saleh (amico e sodale, non a caso, di Erik Gandini: hanno girato insieme il bel documentario Gitmo), selezionato alla Settimana della Critica, la televisione diventa uno strumento orwelliano, ipnotico e lobotomizzante. E tornando alle Giornate degli Autori impossibile non parlare del beffardo e malinconico Gordos, pamphlet sull’apparenza fisica di Daniel Sanchéz-Arévalo in cui la tv è un geniale specchio dimagrante e ingrassante, un lavaggio del cervello-spot luccicante ed eccentrico. Gandini, parlando dell’Italia telecratica, sciorinando dati inquietanti, sa dirci con una sola battuta quello che tanti film, qui al Lido, ci hanno detto in ore di proiezione. “La banalità del male nella tv italiana, avanguardia ed esperimento della videocrazia dilagante, è ormai la malvagità del banale. Non più innocua, ma strumento di potere”.
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