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Editoriali

L'Italia e il cinema de-genere

[del 28/01/2009] [di Paolo Zelati]

“Negli anni Settanta eravamo i padroni del mondo!”. Un’affermazione di questo tipo può sembrare esagerata, detta così, fuori contesto. Invece non lo è; soprattutto se a dirlo sono quelle persone (registi, attori, ma soprattutto tecnici) che il cinema italiano lo hanno fatto, visto e vissuto durante, forse, la sua migliore stagione. All’epoca, infatti, bastava andare al MIFED con un titolo roboante (Zombi 2, per esempio), 5 righe di sinossi scritta da Dardano Sacchetti e un bozzetto disegnato da Sciotti per vendere il film, a scatola chiusa, in tutto il mondo. Quelli erano tempi in cui i film italiani sbancavano i botteghini internazionali, in cui il cinema d’autore (Fellini, Antonioni, Pasolini ecc.) conviveva con il cinema di genere dando vita ad un perfetto sodalizio commerciale che proiettava la nostra produzione cinematografica in cima alle classifiche mondiali, soprattutto dal punto di vista delle esportazioni.

E il motivo è presto detto: i soldi (ed erano tanti) incassati dal cinema di genere – horror, giallo, spaghetti western, poliziottesco, avventuroso, commedia – venivano reinvestiti, perlomeno in parte, non solo nella produzione di altro “genere” ma anche per la realizzazione delle famose “pellicola d’autore”. È in questo periodo (dai primi anni Sessanta fino ai primi Ottanta) che la genialità dei nostri Fulci, Bava, Martino, Lenzi, Deodato, Argento ecc. diventa un “marchio di fabbrica”, un modello, una fonte di ispirazione anche per chi, al di là dell’Oceano (Coppola, Scorsese, Spielberg, Dante ecc.) stava rivoluzionando l’industria cinematografica Hollywoodiana. Provate oggi (io l’ho fatto, più volte) a chiedere a qualche regista americano chi conosce tra i “giovani autori italiani” e preparatevi ad uno sguardo perplesso seguito da relativo e imbarazzato silenzio.

Ma anche il “momento magico” del cinema italiano era destinato ad un veloce quanto inesorabile declino. I motivi sono vari, ma “l’anno di svolta” (come lo chiamano Curti e La Selva nel bel libro Sex and Violence – Lindau) è il 1976, quando con la sentenza n° 202 del 28 luglio, la Corte Costituzionale liberalizza di fatto le tv private, portando alla graduale scomparsa di quelle sale di terza visione che, allungando il periodo di sfruttamento di un film, si rivelavano fondamentali per tanto cinema di serie B. Nel quinquennio 1974-79, infatti, la perdita secca di spettatori raggiunge addirittura il 50%. Poi, all’improvviso, il governo italiano decide che, per ricevere fondi statali ed agevolazioni, i film avrebbero dovuto essere “italiani quasi al 100%” (mi riferisco ai capitali investiti e alle maestranze tecnico-artistiche coinvolte); così, ecco che le famose co-produzioni (soprattutto con la Spagna) che avevano garantito la realizzazione di centinaia di film (vogliamo parlare degli Spaghetti Western?!) vengono praticamente interrotte: le conseguenze sono intuibili. Intanto, mentre anche gli ultimi produttori (bella parola…che nostalgia!) rimasti a lottare in patria sceglievano altri lidi (Dino De Laurentis è andato in America), le televisioni prendevano, in pratica, il loro posto. E cosa può succedere alla cinematografia di una nazione quando i film da realizzare sono pensati in funzione del cosiddetto “prime time” televisivo? Presto detto: sesso, sangue, azione e violenza lasciano spazio a ben più edulcorate commedie e/o drammoni e/o pippone esistenziali da dare in pasto (termine giusto visto che dovevano passare in prima serata) a famiglie anestetizzate dai vari pupazzi Mediaset, da Colpo Grosso (eh beh, un po’ di finta trasgressione mica ce la possiamo far mancare?!) e dalla Zanicchi con i suoi “prezzi giusti”.

Un altro fattore, questo puramente caratteriale, che ha influito sulla morte del cinema di genere italiano è stato il nostro tipico, fastidioso ed irrinunciabile campanilismo. Se i nostri registi, invece di “litigare” (usiamo questo termine a scopo riassuntivo…) si fossero uniti, aiutati, avessero fatto fronte comune, magari qualcosa sarebbe sopravvissuto. Qualche tentativo, a dire il vero, c’è stato: Joe D’Amato prima e Dario Argento poi (per la cronaca: l’ultimo film horror italiano di un certo livello produttivo è Demoni, 1985) hanno cercato di creare delle “factory” in stile Roger Corman, dove le menti creative del settore lavorano insieme nella produzione di film di genere scambiandosi, il più delle volte, i ruoli all’interno del sistema produttivo. Per diverse ragioni (Michele Soavi una volta mi ha detto: “Ad un certo punto è finita la benzina…”) questi esperimenti non hanno avuto vita lunga. Una corrente di pensiero, abbastanza gettonata in certi ambienti, accusa Nanni Moretti di aver “rovinato il cinema italiano” influenzando i giovani autori e contagiandoli con il cosiddetto “morettismo”. Francamente, sembra a dir poco pretestuoso incolpare Moretti (che può piacere o meno, non è questo il punto) di aver decretato la “morte del cinema di genere”; è vero piuttosto che l’approccio di molti giovani registi italiani (basta parlare con gli addetti ai lavori per rendersene conto) è contrassegnato dal disprezzo per il genere, dalla superbia e dalla voglia di rincorrere “modelli alti” che li facciano sentire, da subito, dei “piccoli Antonioni” (non facciamo nomi, tanto ci siamo già capiti).

Ma è proprio vero, dunque, che in Italia non ci sia nessuno che abbia voglia di fare genere? No. Le scuole di cinema (e non solo) sono piene di giovani entusiasti disposti a fare qualsiasi cosa pur di mettere in opera le proprie passioni. Il problema è, però, a monte e si chiama “legge della domanda e dell’offerta”: se sei uno sceneggiatore e ami l’horror, ma nessuno ti ascolta, ad un certo punto o te ne vai all’estero (come hanno fatto molti dei tecnici specializzati tipo il grande Giannetto De Rossi, tanto per citarne uno) o smetti di proporre, anche se hai appena scritto un capolavoro, e ti adatti a sceneggiare “Un posto al sole”.

Poi ci sono le eccezioni. Gente come i Manetti Bros per esempio, i quali riescono a “sbarcare il lunario” con la fiction (di qualità e con un’impronta personale ben precisa) e, allo stesso tempo, lanciarsi in piccole auto-produzioni di genere come il bellissimo Piano 17 (che quando venne distribuito fu “annullato” dall’uscita dell’ “ultimo Verdone”…), come Il Bosco Fuori di Gabriele Albanesi (l’unico italiano, negli ultimi anni, ad aver fatto un horror “vero” e senza compromessi) o come l’ultimo Cavie, di prossima distribuzione. Marco e Antonio hanno scelto, consapevolmente, di restare in Italia e di “combattere il sistema dall’interno”. Chi, invece, si è stancato di combattere è Gionata Zarantonello, trentenne regista vicentino che, dopo il suo esordio con Medley (2000, distribuito in USA dalla Troma), si è fatto notare anche in Italia con il geniale Uncut - Member Only, commedia sofisticata narrata dal punto di vista… fallico. Dopo diversi anni passati a combattere con fondi statali, promesse ed illusioni, Gionata si è trasferito a Los Angeles dove, prossimamente (incrociamo le dita) potrà realizzare quel thriller che qui, non gli hanno fatto fare.

E mentre i nostri giovani talenti vanno ad ingrossare la tanto citata “fuga dei cervelli”, qui cosa succede? Succede che siamo l’unico paese che non ha saputo sfruttare, per esempio, il rinnovato interesse del pubblico per l’horror. Mentre in Spagna, Francia, Inghilterra, Russia e Norvegia (ma la lista potrebbe proseguire) giovani registi come Aja, Balaguero, Laugier, Bustillo, ecc. sfornano ottimi prodotti (subito comprati e “remakeati” anche in USA) da noi quei pochi film che riescono ad arrivare nelle sale (Argento è un discorso a parte) si segnalano per la loro inconcepibile bruttezza. Non si possono definire altrimenti prodotti sciapi ed imbarazzanti come La notte del mio primo amore (almeno la maschera di Latherface se la potevano risparmiare!) o fasulli e raffazzonati come Cemento Armato (Faletti il boss crudele “alla Di Leo”?!!!). Ultimo arrivato, tra squilli di trombe e distribuzione Medusa, il soporifero Imago Mortis ci fa venire in mente che il problema, oltre quelli fin qui citati, sia anche un altro: la competenza di chi sceglie i film da distribuire. Forse non ci si rende conto che, ogni film italiano di genere che viene “scelto” dalle grandi distribuzioni e che poi “non fa una lira” al botteghino, affossa sempre di più e sempre più mortalmente le possibilità di produrre altro cinema di genere. Stefano Bessoni ha dichiarato come sia “un crimine lasciar morire il nostro cinema di genere” e noi siamo d’accordo con lui; ha dichiarato come abbia faticato a portare a termine il suo progetto in un paese come il nostro (anche se, in realtà, si tratta di una coproduzione italo-spagnolo-irlandese). Non possiamo che essere solidali e complimentarci, con lui, in modo sincero, per la sua perseveranza. Peccato che il suo Imago Mortis sia un brutto, anzi, sotto certi aspetti, bruttissimo film; tecnicamente, narrativamente e stilisticamente parlando. Inoltre, sfoggia uno dei peggiori attori protagonisti dai tempi di Massimo Ciavarro.

Come mai un film così convince la Medusa e, magari, altri dieci progetti più freschi, nuovi ed originali non vedranno mai la luce? Quali sono i criteri di giudizio che consentono ai vari consulenti (o chi per loro) di non notare tutte le pecche oggettive di un film come Imago Mortis? Domande, queste, destinate a rimanere senza risposta.

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[erre[lev:3; v. p.:4; cash:443] postato il 02/04/2009 alle 22:26 [offline]

Bellissimo editoriale!!

Esprime alla perfezione il quadro della situazione italiana. A mio avviso il problema grossissimo è che mancano produttori veri e di esperienza. Ecco perché hanno girato Imago Mortis così com'è.

E il problema si riflette anche nelle produzioni televisive. Mi è capitato spesso di parlare con sceneggiatori televisivi. E alla mia solita domanda "perché se state scrivendo un telefilm poliziesco non vi ispirate a The Shield, o NYPD, o cose del genere?" la risposta è sempre "perché i produttori dicono che roba del genere non fa ascolti in Italia".
E alla affermazione "scusa ma lo stesso prodotto va in onda nella vostra fascia oraria e fa ascolti..." segue sempre un "lo so..." molto sconfortato.

In america vengono pubblicizzati i film perché sono prodotti da Silver o Bruckheimer. E qui quali produttori ci danno affidamento sulla qualità del film?

[chirone[lev:1; v. p.:1; cash:277] postato il 02/04/2009 alle 22:27 [offline]

sì, complimenti!

[VincentVega[lev:1; v. p.:1; cash:1291] postato il 02/04/2009 alle 22:27 [offline]

Paolo is our DJ! 8)
Cmq è sempre estremamente proficuo leggere un articolo che ti porta all'origine di meccaniche da terrore vero.
Non credo vi sia una cura possibile senza una sostanziale catarsi di questo cinema.

 

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