Che fine ha fatto Teza? Quale eco internazionale hanno avuto i due prestigiosi premi vinti dalla pellicola del cineasta etiope Haile Gerima presso il generoso Festival di Venezia del 2008? Appoggiata dal più potente critico cinematografico italiano (che la definì “un capolavoro”) la lunghissima, noiosa, didascalica, patinata e incredibilmente retorica pellicola di Gerima convinse a tal punto la giuria presieduta da Wim Wenders che portò a casa Miglior Sceneggiatura e Gran Premio della Giuria, distinguendosi come l’opera quantitativamente e qualitativamente più premiata all’interno della manifestazione. Allucinante. A ridosso della domenica dei premi girava addirittura voce che potesse aggiudicarsi il Leone d’oro. Per fortuna l’ultimo giorno arrivò il reale capolavoro The Wrestler di Aronofsky a ristabilire un minimo di lucidità e buon senso in giuria e critici.
Perché Teza piacque tanto dalle nostre parti? Azzardiamo qualche ipotesi: 1) era un film proveniente dall’Africa 2) era un film proveniente da un paese senza filmografia esportabile 3) era un film che urlava anche del colonialismo italiano 4) era un film proveniente dall’Africa 5) era un film proveniente dall’Africa. In un luogo dove l’espressione “arte cinematografica” è contenuta nella sua stessa intestazione, si definiva capolavoro un film che proponeva un attore protagonista che strabuzzava gli occhi in ogni inquadratura dimostrando una recitazione più vecchia e marcata di quella di Francesca Bertini, una colonna sonora enfatica e invadente, una legnosa struttura a flashback punitiva nella sua inesorabile, e prevedibile, altalena di piani temporali, dialoghi didascalici senza un minimo di sottigliezza psicologica, una storia prevedibile e telefonata e, cosa ancora più grave, una rappresentazione fotografica dell’Etiopia di oggi così sgargiante, facile e volgarmente da cartolina da ricordare l’immagine edonista di un Tony Scott o Michael Bay. Non certo il rigore e la classe di un Ousmane Sembene, maestro africano ahinoi mancato nel 2007, ancora in forma ottima ai tempi del da noi distribuito Moolaadé. E questo sarebbe il cinema “anti fast-food hollywoodiano”?
Questo è il peggior fast-food africano (loro non lo possono, ontologicamente, fare?) lungo 140 minuti, pesante come un macigno, vecchio come il cucco e francamente indegno, rispetto a ciò che si vide nel Concorso 2008, del secondo premio più importante della rassegna lagunare. Intercettato dallo scrivente, il giurato John Landis, interrogato su Teza, mi disse: “Cinematograficamente è orribile. Lo so. Ma io non sapevo nulla della storia etiope”. E allora? Un film è un libro di storia? Un film non va visto ma va letto? Non bastava una menzione? Può bastare che solo perché sei un cineasta africano e sei considerato un povero sfigato ti porti a casa due premi importanti? Questo insopportabile paternalismo non è la forma più vigliacca e ipocrita di razzismo culturale? Durante il Festival ero scosso da questi interrogativi e polemizzavo con amici e colleghi sull’argomento Teza. Dicevo: “Siete dei razzisti. Vi piace perché potete esercitare un paternalismo estetico di origine colonialista tale da farvi sentire così superiori rispetto al povero Haile Gerima da non avere il coraggio di digli in faccia che il film, fatto pure con le migliori intenzioni, fa schifo”. Loro ovviamente mi rispondevano che ero il solito provocatore fascistello, che ero superficiale e che cercavo il politicamente scorretto a prori e senza un pensiero giustificante. Poteva essere. Ci mancherebbe. Ma non potevo non dire quello che pensavo. Il film, secondo me, era un orrore e il consenso isterico che si era formato a Venezia era solo dovuto al fatto che i razzisti critici occidentali, e probabilmente i razzisti giurati veneziani, si divertivano a dimostrare la loro superiorità rispetto al povero cineasta africano accordandogli magnanimamente un valore artistico falso quanto ipocrita. Ero convinto che il tempo mi avrebbe dato ragione.
Una sera a cena con Mauro Donzelli di Coming Soon Television e il fiammeggiante critico horror Paolo Zelati ho provato un’altra prospettiva di polemica. Dicevo: “Venezia dimostrerà la sua pochezza cinematografica con questo premio razzista e colonialista. Il Festival a lungo termine farà una figuraccia perché non aiuterà Teza a decollare internazionalmente. Vedrete che il film non se lo filerà nessuno, non otterrà grazie a questi premi alcuna distribuzione mondiale e alcuno spazio a Oscar e Golden Globe”. Gli ottimi Donzelli e Zelati non erano d’accordo. Il direttore Müller è sempre stato molto interessato agli Oscar e Golden Globe. Negli anni passati rivendicava con orgoglio, soprattutto per quanto riguarda l’edizione del 2005 di Brokeback Mountain, che Venezia e gli Oscar erano diventati sempre più vicini. Contento lui. Mai visto un direttore di Venezia rivendicare con tale forza un sodalizio con gli imperialisti dell’Academy. Il geniale camaleontismo di Marco Müller. Uno che ha veramente capito in che tempi fluidi e contraddittori viviamo. Comunque… Donzelli e Zelati mi ribatterono che, invece, proprio grazie ai premi pesanti di Venezia, Teza avrebbe detto la sua in entrambe le manifestazioni. Sia Golden Globe che Oscar. Così non è andata.
Mi sembra che nonostante il potente e venerato critico che scrive "capolavoro" sul secondo quotidiano nazionale e nonostante l'ottuso culto del consenso tipicamente italiano che si manifestò in laguna a favore del filmaccio, Teza abbia trovato solo una piccola distribuzione nostrana come la Ripley il 27 marzo. Vedremo se qualcuno andrà a vederlo.
Questa non può essere l’ennesima dimostrazione che a Venezia, forse, si esagerò un pochino riguardo questo film? Domando. Il passare degli anni ci aiuterà a capire meglio quanto e come Teza lavorerà nelle nostre teste. Magari tra 10 anni sarà considerato, realmente, un capolavoro. Vedremo. Sarò il primo, o al massimo il settimo, ad ammetterlo. Intanto, per ora, questo capolavoro non se lo sta filando nessuno. Nonostante Miglior Sceneggiatura e Gran Premio della Giuria a Venezia 2008.