Consentitemi una battuta faziosa in apertura di editoriale: questo Festival di Venezia, se si esclude qualche outsider di lusso (Solondz e Van Dormael, ovviamente relegati a riconoscimenti minori, gli Osella alla sceneggiatura e alla scenografia) e le sicurezze (Moore), è stato decisamente deludente, soprattutto nel concorso. Forse con un livello medio rispetto all’edizione, già discendente, dello scorso anno, ma senza i suoi piccoli capolavori (vedi Demme, ma anche Miyazaki e soprattutto Aronofsky).
L’unica nota positiva, lasciatemelo dire, è stata Moviesushi: appena nata, ha coperto il festival più e meglio di molti altri, si è distinta per voci discordanti e interesse degli internauti, ha dimostrato ancora una volta il grande valore del suo gruppo storico (se tale si può definire un terzetto, Catalli- Scerrati- Ermisino, che non arriva neanche a 80 anni in tre) e la forza degli altri redattori (le varie incursioni di Altobelli e del nostro horror-man Zelati), collaboratori e nuove leve (Luca Ottocento e Tania Sollazzo, a loro l’onore della citazione, sono gli “esordienti” al Lido), che hanno coperto quello che il tridente era “costretto” a lasciare scoperto. Sforzo di quantità e qualità notato dalla Biennale stessa, dalla comunità di internet (prova ne è l’essere giurati” del mouse d’oro) e dagli addetti ai lavori, che col sottoscritto si sono complimentati spontaneamente (ecco i segreti di un bravo direttore: lavorare poco, litigare con gli editori di tanto in tanto, far lavorare molto gli altri, difendere e coccolare i propri redattori e cazziarli se c’è bisogno, delegare tutto a un vicedirettore molto più bravo e sexy- ma qui ci vuole poco- di lui, lavorare poco, ma soprattutto prendersi volentieri complimenti che sa di non meritare. Ah, e dimenticavo… lavorare poco). Tutto questo lavoro all’insegna della correttezza e dell’onestà intellettuale. Un esempio? Il sottoscritto era parte dello staff delle Giornate degli Autori, i nostri cavalieri della Settima Arte ne hanno parlato poco e solo per i film “giornalisticamente” imperdibili: bella differenza con i conflitti d’interesse che hanno visto un critico recensire perfino un film (per fortuna in maniera positiva) concorrente nella sezione in cui gareggiava anche come regista!
Insomma, tra le tante opere prime in palmarès- ben sei!- dobbiamo aggiungerne una, Moviesushi. E perdonerete l’autoreferenzialità, ma la scommessa di Luca De Dominicis ed Enrico Sartini di creare un sito di cinema diverso e possibile era ardita, così come lo sono stati coloro che vi hanno lavorato. E se anche ci aspettano molti miglioramenti- diventeremo ancora più cattivi, divertenti e scomodi, è una promessa (e metteremo anche foto compromettenti sul nostro profilo, ovvio)- il buongiorno si vede dal mattino. E noi ce lo godiamo.
Che dire della lotteria del Leone d’oro, invece? Siamo alle solite, o quasi. Vince il film su cui era ovvio, perché politicamente e artisticamente corretto, si trovasse una soluzione di compromesso della giuria: Lebanon. Idea potentissima quella di chiudere macchina da presa e spettatore dentro a un carro armato, con solo un mirino come occhio sull’esterno, ma il resto è scolastico e prevedibile: dalle caratterizzazioni alla sceneggiatura. Sa di premio alla carriera il Leone d’argento a Shirin Neshat: peccato fosse all’esordio al cinema con il suo improbabile Women whitout men, e che lei sia straordinaria sì, ma nell’arte visiva. Due opere prime atipiche (lui ha 47 anni, è un reduce della guerra del Libano del 1982, ne ha messi una ventina per fare questo film “per perdonarsi”, lei ha anni di carriera alle spalle fuori dal cinema) che il meglio l’han fatto vedere fuori dalla cerimonia, con una splendida stretta di mano e un bacio tra i loro Leoni. Un’idea dell’ottimo Francesco Castelnuovo per SkyCineNews che ha suggellato un’ideale segnale di pace tra Israele e Iran.
Esultiamo noi di Moviesushi, devoti al cinema di genere e degenere (dateci una grande commedia, un noir d’antologia, un horror che ci fa saltare sulla sedia e impazziremo dalla gioia), per Soul Kitchen, commedia esilarante e inaspettata (persino da lui) di Fatih Akin, in un Amburgo adorabile e con sottotesti geniali. Un grande regista, una macchina da presa che fa di tutto, sceneggiatura perfetta, attori straordinari (puntiamo su Anna Bederke, farà strada), un ristor-attore come vero protagonista.
L’Italia, infine, raccoglie ciò che merita. Le briciole.
Jasmine Trinca rimane vittima della cinepolitica e della voglia dei giurati di premiarla: prende (con stile, peraltro) il Mastroianni per la migliore attrice emergente. Lusinghiero, se non fosse che la bella cattocomunista de Il grande sogno è già stata a Cannes e Berlino e recita da 8 anni per nomi come Nanni Moretti, Marco Tullio Giordana e Michele Placido. Ksenia Rappoport (andava premiato La doppia ora, l’unico film da salvare della spedizione italiana, insieme allo splendido Io sono l’amore di Luca Guadagnino, inspiegabilmente relegato in Orizzonti) scippa a Margherita Buy e a Sylvie Testud la coppa Volpi al femminile, mentre quella al maschile va giustamente a Colin Firth, mai così bravo come nello spottone modaiolo e lezioso di Tom Ford.
L’unica nota positiva sono le (magnifiche) sette opere prime premiate, contando anche Engkwerto, il vincitore filippino di Orizzonti sulla criminalità giovanile a Manila, il premio a Cosmonauta di Susanna Nicchiarelli a Controcampo italiano, e la menzione nella stessa categoria per lo splendido documentario Negli occhi, della coppia Anzellotti- Del Grosso, su Vittorio Mezzogiorno.
Anche loro giovani e bravi. Come noi. O meglio, come loro, i miei ragazzi terribili. A loro va il mio grazie e, credo, anche il vostro. Ora siamo in attesa del vostro pensiero: i complimenti li ho già fatti tutto io, aspettiamo le critiche per migliorare sempre di più.