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Editoriali

Festival o non festival? Questo è il dilemma

[del 23/02/2009] [di Boris Sollazzo]

Che delusione l’ultima Berlinale. E in qualche modo, anche se ha sorpreso pochi, è stato un trauma non piccolo per gli addetti ai lavori (ma non per gli spettatori: record assoluto di presenze, eccolo, con le sue splendide sale disseminate ovunque, il vero festival cittadino, altro che Roma). Berlino è la capitale culturale d’Europa, e il suo festival un interessante e spesso non facile incontro tra il mainstream e il cinema indipendente. Il luogo in cui il primo fine settimana è sempre dedicato alle star e al glamour e il cui palmares è costantemente dedicato a carneadi di talento che grazie a orsi e orsetti d’oro e d’argento riescono a farsi conoscere.

La formula non è cambiata, ma il risultato sì. Se si escludono un pugno di film, la delusione è fortissima: Panorama ha dato i film migliori (Nord, già preso dalla Sacher Film e un altro paio di ottimi lungometraggi), annacquati in una selezione discontinua, Forum ha cercato la sperimentazione e l’impegno senza stupire, il concorso ha raggiunto il livello minimo dell’ultimo lustro di tutti i grandi festival internazionali europei. The messenger, About Elly, La teta asustada, difficile salvare molto altro. E solo l’ultimo, non a caso premiato da un’ottima giuria, rappresenta una rottura nello schema narrativo consueto.

Ed ecco il punto. Non alzate gli occhi al cielo, non pensate ai soliti critici snob, non sottovalutate l’esegesi di chi questa splendida arte (settima dicono, ma secondo noi è almeno in Champions League, viste le molte consorelle in caduta libera) la vive da dentro. E se Berlino ci dice qualcosa, è quello che Cannes e Venezia (meno Locarno, che più caparbiamente cerca una strada propria) ci sussurrano da anni: ormai la convenzione è arrivata anche nei festival. La maledizione del mercato cinematografico in qualche modo si abbatte anche nelle rassegne che dovrebbero farsi solo mostre d’arte, luogo d’avanguardia e ricerca.

E invece il famigerato “film da festival” ormai la fa da padrone: scrive bene l’ottimo Davide Turrini quando parla di mainstream da festival, “mezza dose di luoghi comuni e mezza dose di inquadrature sghembe”. E il guaio è che la prima delle mezze dosi è anche la più frequente: si pensi al bluff London River (già Bim), vittima dell’ipocrita mala fede che ha portato a celebrare Teza. Bouchareb è stato trattato bene perché racconta una storia politicamente corretta con uno stile tanto catartico e rassicurante quanto puerile e facilone, che non può non piacere al critico (e giurato, e spettatore) occidentale radical chic che vive sempre lo choc di essere nato nell’emisfero giusto e di non aver mai fatto nulla per quello sbagliato, se non averlo ricoperto di belle (e inutili) parole.

Cosa succede? Cannes si annuncia come uno splendido album di figurine (se Hollywood Reporter non sbaglia, per tutti i big che stanno per approdare in Costa Azzurra, serviranno almeno due concorsi), Venezia, nella pur eccellente gestione Müller, si vanta sempre dell’identità di visione con gli Oscar (e quando mai questo è stato un pregio?), Berlino ha mostrato film sempre ansiosi di non lasciar alcun dubbio nello spettatore, persino il sincopato The Messenger (Lucky Red) sente il bisogno di 10 minuti finali rassicuranti che vadano a riempire i buchi neri aperti dal resto del film.

L’impressione è che la partita si giochi in questi anni. Giovani generazioni di cinematografie periferiche bussano alla porta (Messico, Sud America, l’Africa meno pubblicizzata, dal Ciad al Mali), mentre Europa e Usa arrancano un filo, nel cineRisiko si stanno spostando gli equilibri e il rischio è che si giochi al ribasso, che si imponga una standardizzazione anche nella qualità e nell’originalità, dopo che la quantità si è già mangiata molti talenti, con l’ansia di incassi e vendibilità.

Il cinema è la patria del neorealismo, non della real politik. Ricordiamocelo, con l’arte (e le immagini in movimento) non si scherza: qui i conti non tornano mai, il guadagno non sta nell’investimento sicuro, nel risparmio, ma nella scommessa. E si sa, per una posta alta, si deve rischiare o puntare pesante.

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[VincentVega[lev:1; v. p.:1; cash:1291] postato il 02/04/2009 alle 22:40 [offline]

Quoto in toto questo pensiero: "Ricordiamocelo, con l’arte (e le immagini in movimento) non si scherza: qui i conti non tornano mai, il guadagno non sta nell’investimento sicuro, nel risparmio, ma nella scommessa. E si sa, per una posta alta, si deve rischiare o puntare pesante."

Non solo attuale ma forse anche irrisolvibile dato che i film si fanno con tanti soldi e tanti spettatori paganti.
Oggi gli spettatori paganti sono altro: vittime di una strategia comunicativa che ha funzionato troppo sono incapaci di porsi in modo attivo e pensante davanti ad un film.

Cosa fare allora? Salvare una terra che è rimasta promessa solo per un manipolo?
Oppure cedere alla pressione di massa e dare loro in pasto il cibo che più desiderano?
L'equazione arte = guadagno non è mai stata tanto lontana da questa realtà.

[BlackClahlia[lev:3; v. p.:4; cash:303] postato il 02/04/2009 alle 22:40 [offline]

Verissimo. Ma bisogna salvare il manipolo che resiste e puntare sui pochi ma buoni: l'art pour l'art, non ci si mangia ma è l'unica arma intellettuale e creativa che abbiamo. E farla sparire nel nome del mainstream è l'ultima delle soluzioni...

 

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