C’era una volta, in un luogo molto lontano e dal clima impietoso chiamato Regno Unito, un mago oscuro molto temuto perché dotato del terribile potere di sottrarre qualsiasi emozione da favole e racconti di ogni genere. La sua arma era la macchina da presa e il suo nome era David Yates!
Ok, forse sembrerà un giudizio esagerato ma aspettate che questo narratore improvvisato e un po’ estremista vi racconti un’altra storia, prima di trarre le vostre conclusioni…
Questa seconda storia è nota ai più. La maggioranza dei fan della saga ideata ormai undici anni fa da J. K. Rowling giudica, infatti, Harry Potter e il Principe Mezzosangue uno dei migliori libri della serie e ne conosce fin nei minimi dettagli l’intreccio narrativo e i terribili colpi di scena in esso contenute. Alla fine del capitolo precedente, Voldemort aveva rivelato la sua esistenza al mondo, risvegliandolo dall’illusoria sicurezza in cui esso si cullava. Ora i suoi seguaci, i Mangiamorte, devastano città (spettacolare l’attacco iniziale al Millennium Bridge di Londra) e vite, catturando e torturando oppositori veri o presunti al nuovo regime che il Signore Oscuro vuole instaurare.
Lo stesso castello di Hogwarts non è più sicuro come un tempo: la minaccia si è insinuata tra le sue aule e Albus Silente, piegato da vecchiaia, stanchezza e ferita che non guariscono, non appare più come l’invincibile mago e la guida infallibile degli episodi precedenti. Inoltre Draco Malfoy è ossessionato da un misterioso compito assegnatogli da Voldemort in persona. Una missione segreta che, in qualche modo, coinvolge anche il sempre più ambiguo Severus Piton…
Harry è costretto a fronteggiare questi orrori sempre più schiaccianti, mentre lui ed i suoi amici subiscono l’attacco violento ed inaspettato… delle prime tempeste ormonali!
Gestire un simile plot che, per l’alternanza di commedia e tragedia, ricorda da vicino Harry Potter e il calice di fuoco, richiede un regista abile nel suggerire le molteplici emozioni vissute dai protagonisti, enfatizzandone alcune e lasciando sullo sfondo le altre.
Ma David Yates non è certo Mike Newell e l’ABC della regia e della messa in scena, purtroppo, gli fa difetto.
Di fronte a tale complessità del testo di partenza, sceglie la strada facile, la soluzione meno rischiosa: raccontare, e mostrare, tutto. Concede ad ogni episodio del romanzo il medesimo spazio (non sia mai che ogni singolo fan non riesca a trovare la sua personale scena preferita sul grande schermo), senza il minimo senso del ritmo o del pathos. Il montaggio cinematografico si trasforma, a causa della sua magia oscura, nella noiosa scaletta di un telegiornale, in cui gli elementi più interessanti perdono drammaticamente forza e spessore. Come il personaggio di Draco Malfoy, ad esempio, che, definitivamente in bilico tra bene e male e tormentato da sentimenti contrastanti (dolore per la sorte di suo padre, paura per la vita sua e di sua madre, orgoglio per il ruolo assegnatogli di «prescelto oscuro», alla pari, finalmente, del suo rivale di sempre Harry Potter) possedeva la giusta tragicità per sviluppare un antagonista davvero degno di questo nome. Invece, a causa delle poche scene che Yates gli concede, è solo grazie alla bravura dell’attore che lo interpreta, Tom Felton, che questa sua centralità può, in parte, raggiungere lo spettatore.
Ogni emozione è bandita da questo Harry Potter e il Principe Mezzosangue.
Il mago oscuro, alla fine, ha raggiunto il suo scopo: annoiarci a morte.
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Yates riesce ad annoiare con omicidi, magie ed effetti speciali straordinari. Complimenti...
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