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Festival dei Popoli: lunga vita al documentario!

[del 14/10/2009] [di Piercarlo Fabi]
Il cinema di finzione sta perdendo da qualche tempo la capacità di osservar ed interpretare, attraverso le forme consolidate del proprio immaginario, un presente articolato e controverso.
A questa piccola, grande «crisi», ha risposto, però, il documentario, protagonista nell’ultimo decennio di un’indiscutibile rinascita che proprio nelle complessità e nei molteplici volti della contemporaneità ha trovato la base su cui impostare le proprie indagini, il proprio sguardo sul mondo.

Giunto al suo 50° anniversario, il Festival dei Popoli celebra questa rinascita, ricordando il passato e, soprattutto, gettando un ponte ideale tra esso e il futuro. Un ponte che ha le sue solide fondamenta nella sperimentazione linguistica e nell’impegno all’osservazione, faticosa e spesso contraddittoria, della realtà.
La spinta propulsiva al documentario, offerta anche quest’anno dalla manifestazione diretta da Luciano Barisone (1-7 Novembre a Firenze) seguirà, dunque, due direzioni: il ricordo, da un lato, e il sostegno ai giovani documentaristi emergenti, dall’altro.
L’omaggio al passato come modello per il presente è affidato, in primo luogo, alla rassegna The feeling of being there, “che deve il suo titolo – spiega Barisone – alla frase usata da Richard Leacock (documentarista famoso per aver promosso e diffuso il direct cinema) per descrivere la sua idea di «cinema diretto»”. “La rassegna – aggiunge il suo curatore, Daniele Dottoriniintende riflettere su un periodo fondamentale per la storia del documentario, i sette anni dal 1958 al 1965, caratterizzati da un’innovazione e da una ricerca continue in questo settore dell’industria cinematografica. A quel tempo, al Festival dei Popoli si lavorava come in un laboratorio creativo, con una serie d’incontri e scambi di prospettive, e ci auguriamo che il festival possa tornare ad assumere tale funzione”.

Un augurio per il presente/futuro che trova una risposta concreta nella collaborazione, istituita in questa edizione, con il Premio Solinas riservato a due progetti documentari che saranno presentati a Firenze. Cecilia Mangini, cineasta protagonista di quello storico settennato tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, e che riceverà la Medaglia del Presidente della Repubblica per le bellissime immagini dell’Italia offerte dai suoi lavori, saluta con estremo favore quest’iniziativa per “il considerevole pregio di fornire un incoraggiamento prezioso ai giovani registi, esattamente come fece questo stesso festival con me ed i miei colleghi quando ci affacciammo, timidamente, sulla scena cinematografica”. “Il documentario italiano degli ultimi anni – continua la Mangini – è decollato da solo, grazie alle capacità e alla voglia di raccontare di questi ragazzi. È giusto, adesso, dar loro un po’ di sostegno e non lasciarli più soli”.

Un impegno indicativo della vitalità, non solo creativa ed artistica ma anche strutturale ed organizzativa, del settore.
Il Festival dei Popoli si pone al centro di essa con una selezione ufficiale che, tra lungometraggi, corti e la sezione Stile libero, conta un totale di 45 titoli. La situazione in Medio Oriente (Bassidji, Depuis Tel-Aviv, Dottningen och jag, To shoot an elephant), l’Italia e le sue molte incertezze (Grandi speranze), le problematiche ambientali (Petropolis) sono alcune delle tematiche da essi affrontati. Sono da citare, poi, Les arbitres, sguardo originale sulla professione di arbitro di calcio, mestiere tra i più odiati ed incompresi (per saperne di più, leggete la nostra recensione), e Humain terrain e Alpha and again, due pellicole dall’importante contenuto teorico, che mettono in crisi la pretesa, sempre più insistente, del digitale e del virtuale di sostituirsi alla realtà.

A questi film vanno aggiunti quelli delle due rassegne di quest’edizione.
La prima, curata dal critico cinematografico Giona A. Nazzaro, su Thomas Heise, autore che, con sguardo critico e problematico, ha documentato il passaggio della Germania dalla Repubblica Democratica Tedesca alla caduta del Muro di Berlino, e alla conseguente riunificazione.
La seconda, invece, è dedicata ad Alvaro Bizzarri, “raro esempio – dice Barisone – di «cineasta operaio», emigrato in Svizzera per cercare lavoro e, attraverso un cineclub, divenuto un appassionato di cinema tanto da decidere di cominciare a filmare le miserevoli condizioni di lavoro degli altri italiani emigrati nel corso degli anni ’60. Presentiamo la sua opera al festival per ricordare il nostro passato di emigranti e cercare di stimolare, in un periodo piuttosto difficile in tal senso, maggior comprensione e solidarietà verso chi, oggi, arriva in Italia cercando un po’ di speranza”.

I numeri e la qualità insita in essi, dunque, confermano il ruolo di spicco che, anche quest’anno, il Festival dei Popoli giocherà nel conferire nuovo vigore al genere più vitale nel cinema mondiale contemporaneo. Ma, come si augura ancora il direttore artistico Barisone, “tale funzione non deve esaurirsi in quell’unica settimana ma deve proseguire, divenire un’attività permanente tramite la collaborazione con altre iniziative”.

Propositi ambiziosi, senza dubbio. Ma il documentario e il Festival dei Popoli hanno le spalle abbastanza larghe da poterseli permettere.

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