“Va bene confesso sono nato in Basilicata. Sì, la Basilicata esiste. E’ un po’ come il concetto di Silvio, ci credi o non ci credi. Io credo nella Basilicata, l’ho vista, era notte, diciamo che l’ho intravista, una grande Basilicata, una regione che sotto l’aspetto della depressione e della disoccupazione giovanile non ha niente da invidiare a Puglia, Sicilia, Campania e Calabria! E’ solo che non c’è la mafia, ma dateci la nostra fetta di mafia!”.
Ironia pungente, ritmi in crescita in un road movie musicale che attinge l’ispirazione dal paesaggio che attraversa, un angolo d’Italia poco calcato che Rocco Papaleo, lucano doc, sceglie come sfondo del suo primo lungometraggio, Basilicata coast to coast, prodotto dalla Eagle Pictures e presentato in brevi spezzoni alle Giornate Professionali di Cinema a Sorrento.
Finalmente l’esordio alla regia…
E’ una naturale evoluzione artistica, dopo aver partecipato alla realizzazione di moltissimi film da attore, ho scommesso su un’altra forma espressiva, misurandomi con la macchina da presa. E devo dire che sono davvero entusiasta del risultato, è un film diverso, divertente. Una “figata” alla Easy Rider, solo che invece di percorrere spazi sconfinati in moto, i protagonisti, un gruppo di musicisti incompresi e stralunati, decidono di muoversi a piedi, calcando la Basilicata dal Tirreno allo Ionio in dieci giorni, anche perché su due ruote ci avrebbero impiegato soltanto un’ora e il racconto sarebbe finito subito (ride, ndr). Si regalano, invece, una sospensione temporale. Partono da Maratea, raggiungono Scanzano Jonico e caricano un carretto trainato da un cavallo di strumenti e attrezzature per accamparsi. Dieci chilometri al giorno tra soste, prove, incontri e imprevisti. Quattro Don Chisciotte moderni che vivono una catarsi indotta dall’esperienza del viaggio e dal contesto circostante. Il film esce in primavera e spero sia accolto con quella simpatia che ho cercato di infondere nella sceneggiatura scritta insieme a Valter Lupo.
Nel cast, Alessandro Gassman, Paolo Briguglia, Giovanna Mezzogiorno.
Tutti attori importanti e non capisco come mai abbiano accettato, evidentemente i miei produttori pagano bene! In realtà si tratta di amici, oltre che di colleghi prestigiosi come Giovanna Mezzogiorno che qui abbandona le consuete parti grintose e drammatiche per tornare alla commedia, dando una prova di leggerezza e follia straordinaria che vale da sola il prezzo del biglietto.
E Max Gazzè?
E’ un debutto anche per Gazzè, interpreta un personaggio che mi sembrava tagliato su misura.
Come nasce l’idea?
Conservavo questa storia in tasca. Da diversi anni seguo l’esperienza del teatro-canzone sulla scia di Gaber, una magia sospesa tra melodia e racconto. Il mio ultimo spettacolo si chiamava proprio Coast to coast, mi sembrava avesse un respiro cinematografico e così è nata e si è sviluppata una sceneggiatura concatenata, consequenziale, costruita su moduli che si inseguono e si intrecciano. E’ una commedia musicale, proposta su un impianto corale, che ho deciso di affrontare sedendomi dal lato dell’autista perché la mia immaginazione premeva per liberare alcune suggestioni legate alla mia provenienza. Del resto, da sempre traggo materiale dalle mie origini.
La musica gioca un ruolo chiave…
Suoniamo per strada, interagiamo con i luoghi. Canzoni che ho scritto io, improvvisate sul momento, sulle atmosfere rese in armonie. Nella colonna sonora emergono grandi jazzisti, Rita Marcotulli, Roberto Gatto, Fausto Mesolella degli Avion Travel. Insomma il film è molto ricco anche dal punto di vista musicale.
E sulla musica è Gazzè ad aggiungere il suo punto di vista:
Il film è un musical in strada, sospeso tra momenti poetici di narrazione e parti comiche. Tutto ciò che succede è genuino, nel senso che suoniamo e recitiamo sulla base delle percezioni e in sintonia con le emozioni quotidiane provate a contatto con i luoghi.
La prova da attore?
Molti musicisti recitano. Un’abitudine soprattutto del passato. Per me è un’interazione tra forme espressive, un veicolo diverso per comunicare la stessa esigenza artistica. Il mio ruolo è psicologicamente impegnativo e, allo stesso tempo, leggero, un’identità che muta durante l’evolversi della storia. Un personaggio molto stimolante, pieno di implicazioni interiori, che suona il contrabbasso e non parla, perché non vuole parlare. E’ un controsenso, perché in realtà io sono un insopportabile chiacchierone. E’ stata un’esperienza affascinante per un non-professionista come me.