La protagonista si chiama Caro. Le amiche Clod e Alis. Il fratello Rusty James… No, per chiarire non stiamo parlando delle Winx o di un altro gruppo di fatine, ma dei personaggi del - prima romanzo ora film - nuovo lavoro di Federico Moccia, al cinema con Amore 14.
In Amore 14 la ragazzina Carolina affronta per la prima volta il tema amore e tutte le sue possibili implicazioni. Il sesso, il desiderio, la famiglia e i primi segreti. Federico Moccia riesce nell’intento di raccontare una storia corale ed esprimere vari aspetti dell’adolescenza di oggi. E lo fa giocando in casa, la Roma “bene” a lui più congeniale. Ecco quindi i protagonisti (tutti under 18) di un ceto sociale medio - alto “giocare” (ma nel linguaggio di Moccia è sinonimo di “vivere”) a chi veste all’ultima moda; a chi mette su internet il video più impertinente (e diventa “cool”); a chi si innamora, si tradisce e si consola… Nel liceo descritto da Moccia girano leggende “curiose”: prestazioni sessuali consumate in bagno; festicciole a cui è stato invitato anche Justin Timberlake; padri che lavorano il triplo per concedere il cellulare ai figli; e figli che di contro sognano di diventare scrittori (copiando Hemingway parola per parola…) mentre lo stesso padre assicura loro un posto da medico in ospedale… Le sfaccettature sono innumerevoli e gli spunti di riflessione si sprecano, ma tralasciando volutamente i soliti discorsi (dubbi?) su quanto di ciò che viene detto sia vicino alla vita vera come l’autore di 3MSC ha sempre affermato (e noi, in fondo, non abbiamo motivo di dubitare), rimane un film che è un affresco assai complesso su una generazione di adolescenti confusi, ma indubbiamente pieni di vita.
Poi ci sono i trentenni che si affacciano ai film di Federico Moccia, i quali non possono che storcere il naso. Si rimane inorriditi di fronte tanta superficialità, tanto parlare a vanvera. E si rimane interdetti davanti ai richiami a film e libri che sembrano “buttati là”. Quando vengono citati quei titoli (in Amore 14 è ricorrente Rusty il selvaggio, ma ce ne sono a non finire da Bourne Identity a Juno) sembrano perdere ogni dignità. Forse perché a citarli è una bambina di 14 anni? Forse… Fatto sta che poi, ripensando alle generazioni passate, non è che le cose fossero così diverse. Anche nei “nostri” licei c’erano “i fichi”, le tipe che se la tiravano, c’erano i secchioni e quelle che mangiavano troppo (spesso proprio le più sognatrici, come nel film di Moccia). Ok, non c’era Federico Moccia a dargli voce, ma c’erano I ragazzi della 3° C o I ragazzi del muretto o altre forme mediatiche di intrattenimento e immedesimazione. E non mi si venga a dire che quei prodotti (televisivi e non) fossero poi così particolarmente “profondi” o di qualità superiore dal punto di vista di regia o altro (anzi qua e là Moccia dimostra anche coraggio dietro la cinepresa). Siamo onesti. Il punto è che per una generazione che nasce, cresce e vive. Ce ne è un’altra che vive di ricordi. Che dice: “Noi eravamo meglio di loro”. “Noi non facevamo così”. E’ ciclico. Lo facevano i nostri nonni. Lo facciamo anche noi.
Un giorno qualche professore rinsavirà e si renderà conto che non è che sia poi così educativo portare un’intera scolaresca a vedere Amore 14 (che diamine, a noi portavano a vedere Balla coi lupi e Schindler’s List!). Mi si chiede: ma l’adolescenza c’è o ci fa? Rispondo con la domanda: ma ci faceva allora e ci fa ancora oggi? Non so dire... So solo che le nostre compagne di scuola si cambiavano in ascensore come le protagoniste del film di oggi, e sospiravano quando un tipo tenebroso faceva lo sguardo languido (anche quello, come il protagonista di Amore 14, non diceva nulla di sensato, pensateci). Moccia quindi rimane una questione, malgrado tutto, “aperta”. Ha preso una fetta di mercato e gli ha dato voce. Forse, ma che male fa?
Il punto non è Moccia. La colpa casomai è di quest’Italia che tra trans, inciuci, tronisti e “videocracy” forma eserciti di adolescenti incapaci di andare a fondo nelle cose, segregati in una realtà che inizia con la Playstation e finisce con la Wii. Nulla di male in questo, ma qualcuno ogni tanto dovrebbe suggerire loro che c’è anche “altro”. E questo, va detto in tutta onestà, non è il ruolo che si è dato Federico Moccia.
Insomma, Moccia non racconta (solo) la storia di un Amore 14, ma la storia di una società che ha fatto corto circuito. E che invece di trovare una risposta o una soluzione, continua a farsi (ancora) troppe domande.