Anche l'Italia sta ormai scoprendo da qualche anno a questa parte la passione per il sequel. Non è da meno Federico Moccia, caso editoriale e da qualche tempo anche cinematografico dell'Italia dei giovani. Dopo il successo di Scusa, ma ti chiamo amore, che gli ha fruttato più di 700mila copie vendute del libro e un incasso al cinema di oltre 12 milioni di euro, l'autore è tornato al cinema con il seguito delle avventure dell'appena ventenne Nikki (Michela Quattrociocche) e del quarantenne Alex (Raoul Bova). Scusa, ma ti voglio sposare, tratto da un omonimo libro di Moccia, racconta il passaggio della coppia alla maturità, alle prese con la paura di crescere e con i sacrifici e le responsabilità che la vita matrimoniale comporterebbe. Presentato oggi a Roma, il film si prepara ad invadere per il weekend di San Valentino la maggior parte delle sale italiane.
Nel suo film ci sono molte coppie che scoppiano e molti matrimoni in crisi. Cosa c'è di tanto difficile in un rapporto coniugale?
Il fatto è che all'amore presto ci si abitua, ci si siede e non c'è più quella spinta volitiva ad alimentarlo. La difficoltà più grande è sempre quella di trovare il tempo per continuare a costruire qualcosa insieme. Mi è piaciuto affrontare il fatto che la maturità dei personaggi provochi quella sana paura figlia della consapevolezza di ciò cui si va incontro. Chi è sposato dovrebbe essere sempre attento e consapevole del proprio rapporto e di ciò che ha intorno a sé.
Quali difficoltà ha incontrato nell'adattare il romanzo al cinema?
È sempre difficile il passaggio da un libro ad un film perché con un romanzo sostanzialmente noi tutti siamo i registi di ciò che leggiamo, mentre al cinema c'è una persona che ti costringe ad una sua personale visione dei fatti e di quel mondo. Del film ho dovuto tagliare molto, anche perché letteratura e cinema sono due linguaggi diversi: mentre ho notato che con i libri c'è un appassionarsi a tal punto che la storia si vorrebbe che non finissse mai, il film costruisce un arco emotivo perfetto che va e deve essere consumato in un determinato tempo.
Come ha deciso che doveva essere quella del matrimonio la direzione che avrebbero dovuto prendere i personaggi di Scusa, ma ti chiamo amore?
In un libro di 600 pagine hai modo di far vivere in maniera diversa molti più elementi romantici. Essendo un sequel, mi sono immaginato una coppia come quelle celebri di cui ti continui sempre a chiedere come continuerà la loro storia e come andrà a finire. Ci si dispiace al giorno d'oggi per gente come Brad Pitt e Angelina Jolie perché le persone vogliono credere in quei sogni che queste celebrità incarnano e vogliono che i sogni si realizzino in quelle coppie, quando invece sempre più spesso finiscono con una delusione. Allo stesso tempo volevo dare un tocco di "commedia all'italiana" che desse alla storia anche un maggior attaccamento alla realtà.
I suoi quarantenni sono ben diversi da quelli di Baciami ancora. Si definirebbe lei un po' l'anti-Muccino?
Gabriele Muccino racconta soprattutto il dramma e il dolore. Io alla fine ho fatto una commedia. Quello che si vive rispetto alla delusione è una sensazione che non si può mai mettere sulla bilancia. Non credo di essere l'anti-Muccino, penso più che altro di aver voluto raccontare una riflessione.
L'ostilità nei suoi confronti è forte. Ci sono siti internet di cinema che si sono addirittura rifiutati di recensire il suo film. Perché secondo lei?
Mi piace da morire la libertà, soprattutto la mia, e quindi devo accettare anche la libertà degli altri. Io però con il precedente film ho fatto 13 milioni di euro e credo che di fronte a questo un critico serio dovrebbe riconoscere che ho fatto centro. Quello su cui non sono d'accordo è l'atteggiamento, il preconcetto che porta a scrivere cose assurde. I critici dovrebbero fare piuttosto un estremo atto di intelligenza e accettare anche me.