Un conservatore, nel migliore dei casi.
Un reazionario di destra, strenuo difensore del sistema-America corrotto ed autoritario, nel peggiore.
Queste sono le definizioni che di Clint Eastwood da sempre vengono date da parte degli osservatori più superficiali del suo cinema.
Ma oltre la nebbia della superficialità, emerge il ritratto di uno dei pochi registi hollywoodiani capace di tenere il dito costantemente premuto sul polso della società americana, cogliendone le pulsioni anche più latenti. Una società contraddistinta dalla violenza come elemento costitutivo posto alla base delle sue stesse origini (come mostrato da Martin Scorsese nel suo Gangs of New York).
Ecco, se c'è una lente d'ingrandimento attraverso la quale scandagliare l'evoluzione di questo grande cineasta, è proprio quello della concezione e conseguente rappresentazione della violenza, quella delle istituzioni e delle forze dell'ordine, da un lato, e quella dei cittadini, del diritto di tutti a possedere un'arma da fuoco, figlio dell'atavico giustizialismo made in USA impostato sull'occhio per occhio, dall'altro.
Un'analisi che non può non cominciare prendendo in esame il personaggio-emblema della fama che Eastwood si porta dietro: l'ispettore «dirty Harry», o «Harry la carogna», Callaghan.
Con Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! Eastwood incrocia il suo destino con quello di un personaggio assai controverso, che spara prima di parlare e che tortura i propri informatori col sorriso sulle labbra.
Siamo nel 1971 ed il brutale ispettore incarna alla perfezione quell'America terrorizzata dalla violenza delle bande da strada che spadroneggiano nelle metropoli e ansiosa di giustizia. Un'America perfettamente inquadrata dal regista della pellicola, Don Siegel, e da altri due maestri degli anni '70, John Milius e Michael Cimino, non a caso subito coinvolti per il secondo capitolo della serie, Una 44 Magnum per l'ispettore Callaghan del 1973.
Eastwood è chiaramente vicino alla loro visione. Percepisce la paura degli americani e condivide l'estetica del law and order da fine che giustifica i mezzi, veicolata da quelle pellicole. Ma l'episodio da lui diretto, il quarto dedicato a «dirty Harry» (Coraggio... fatti ammazzare del 1983) va oltre l'apologo reazionario puro e semplice, con tinte da noir gotico visionario e spunti quasi parodistici (Callaghan, solo, che minaccia quattro rapinatori dicendogli: "Dovrete fare i conti con noi tre: Smith, Wesson e me!")
L'idea che l'attore e regista sia mosso da un'etica ben più articolata e profonda di quella semplicemente conservatrice, emerge con forza dieci anni più tardi, nel 1993, con Un mondo perfetto. Nella tragica vicenda di Butch (Kevin Costner in una delle sue migliori interpretazioni, nonostante i litigi sul set con lo stesso Eastwood), un evaso che stringe un legame profondo con il bambino che ha preso in ostaggio e con il quale intraprende una fuga senza speranza verso l'Alaska, c'è tutta la disillusione e lo scetticismo del regista di San Francisco. Le istituzioni appaiono sorde e cieche e la loro idea di giustizia è effimera. Non a caso la vicenda è ambientata nei giorni dell'omicidio di John Kennedy a Dallas e il personaggio che il regista sceglie per sè, il ranger Red Garnett, è l'emblema di quei sogni infranti e di quella speranza fatta a pezzi.
Ma è proprio la speranza a segnare la fine di questo percorso. I suoi ultimi due film, entrambi splendidi, ne sono pervasi.
Changeling, con un'eccezionale Angelina Jolie nei panni di una madre che, negli anni '30, affronta la corruzione della polizia per ritrovare il figlio misteriosamente scomparso, si chiude proprio con questa parola. La violenza delle istituzioni, quella illegittima contro la donna ma anche quella legittimata contro il serial killer (sulla cui esecuzione Eastwood indugia con una lucidità morale incredibile), ci fa orrore e ci disgusta perchè rappresenta una giustizia inesistente, creata ad uso e consumo della spettacolarizzazione dei media, raccapricciante preludio della nostra contemporaneità.
In Gran Torino, poi, il cerchio si chiude, con un ispettore Callaghan in pensione (nel film si chiama Walt Kowalski ma è impossibile non pensare a «Harry la carogna» guardandolo) alle prese con il degrado sociale e morale della SUA America. Tornano le gang criminali, come negli anni '70, ma stavolta la risposta non è una 44 Magnum carica.
Kowalski, e con lui, si augura, l'America, alle prese con un cambiamento epocale quanto può esserlo l'elezione di un presidente afroamericano, trova la sua redenzione aprendosi al diverso e alle opportunità che esso può offrire.
Alla fine, la violenza viene rifiutata in quanto strumento di divisione e consapevole incomprensione.
In definitiva, viene rifiutata perchè inutile.
E questo non ci sembra proprio il discorso di un semplice conservatore reazionario...