Un cavaliere al galoppo percorre le lande desolate di un paesaggio medievale. È ben armato e sicuro di sé, mentre vaga alla ricerca di una meta precisa: la bellissima guerriera e guaritrice Scarlite, il suo unico amore, nonché compagna di mille avventure combattute fianco a fianco.
La vita del cavaliere non ha nulla di complicato. Segue senza esitazioni il cursore luminoso che lo precede e che prende per lui tutte le decisioni: camminare, correre, duellare con nemici terribili quanto disgustosi, parlare amorevolmente con Scarlite.
È Ben a controllare quel cursore, con il suo mouse, seduto davanti al suo computer, roccaforte di solitudine e certezze, isolata da un mondo che non sembra offrirne a un ragazzo come lui. Perché Ben è affetto da una particolare forma di autismo, la sindrome di Asperger, un cursore difettoso che, pur non compromettendone le capacità intellettive, ostacola inevitabilmente ogni possibilità d’interazione sociale.
E questo trasforma Ben da cavaliere determinato in vittima sacrificale di un mondo per cui lui è semplicemente “
un computer configurato diversamente” e, quindi, da scartare.
Ispirato a un fatto di cronaca, arriva anche in Italia, dopo due anni trascorsi a racimolare premi e nominations in giro per il mondo (tra le quali è doveroso citare la candidatura agli Oscar 2007 come Miglior Film Straniero, in rappresentanza del Belgio, e quelle al Festival di Berlino e agli EFA dell’anno seguente), Ben X, opera prima di Nic Balthazar.
La crudeltà dell’esperienza adolescenziale, i «migliori anni» solo per pochi, è mostrata in tutta la sua spietata quotidianità, insieme all’indifferenza, all’incapacità di adulti, genitori o professori, abili solamente a pronunciare luoghi comuni (“Dicono tutti così: che non sono diverso. Sono speciale”) ed istituzioni (la Chiesa, lontana e indifferente alle vite degli uomini più di un videogame fantasy). Ben (Greg Timmermans, semplicemente magnifico) si muove in una «favola nera» che rende omaggio a Pinocchio (i due perfidi bulli ricordano il Gatto e la Volpe del racconto di Collodi), Tim Burton (con un’esplicita e molto romantica citazione da Big fish) e Donnie Darko (entrambi i personaggi sono emarginati da una società che non comprende la loro diversa, maggiore sensibilità).
Attraverso soluzioni visive che non ci si aspetterebbe da un regista esordiente, Balthazar fa entrare lo spettatore nel mondo di Ben, un confuso, scoordinato mix di sogni da videogame e il crudo incubo della vita quotidiana. Senza risparmiargli, per gran parte della pellicola, alcun particolare della dolorosa presa di coscienza del protagonista circa la falsità dei primi e la feroce e concreta realtà del secondo.
Le imperfezioni tipiche delle opere prime, tuttavia, ci sono, sotto forma di dialoghi a volte ridondanti, in certa misura anche banali e spesso superflui, a fronte della potente carica espressiva delle immagini e di un finale consolatorio poco credibile, che invita, retoricamente, ad un risveglio della coscienza collettiva di un mondo quasi sempre insensibile dinanzi a vicende analoghe a quella narrata da Ben X.
L’incoerenza di questo happy end un po’ pasticciato rispetto al brutale realismo che caratterizza il resto della pellicola, corre il rischio, in parte scongiurato, fortunatamente, di trasformare quest’ultima in una sorta di pubblicità progresso poco efficace.
Senza di esso, parleremmo di un film straordinario e non di un esordio, comunque, più che buono.
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L’anti-retorica della diversità, tra Donnie Darko e Pinocchio, ma con qualche imperfezione
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