Fratelli, dove siete? Se lo saranno chiesto in tanti, al Festival di Roma, invocando i due fratelloni americani a risollevare un festival che, almeno nella sezione principale, non ha brillato certo per qualità e novità, e neanche per appeal divistico.
Joel e Ethan Coen, e il loro film
A Serious Man, presentato ieri rigorosamente fuori concorso, erano uno dei piatti forti della rassegna. Che poi il film abbia diviso la critica, poco importa: avercene di cineasti così. La loro storia di un “uomo senza qualità”, perseguitato dal destino, dalla moglie e dal suo amante, dai figli, dalla vicina, e al lavoro, è per i fratelli di Minneapolis un ritorno a casa, ai personaggi della loro infanzia, alla religione ebraica con cui sono stati educati. E alle storie yiddish. Come quella strampalata che fa da prologo al film, in cui due coniugi sono alle prese con un uomo che forse arriva dall’aldilà.
Sono laconici, i Coen, come se fossero usciti dal loro film da Oscar
Non è un paese per vecchi. Tra le altre cose, però, hanno confermato che
Jeff Bridges sarà il protagonista del loro prossimo film, il remake de
Il Grinta. E che non faranno un sequel de
Il grande Lebowski: è più un idea di
John Turturro quella di fare uno spin-off del film, tutto dedicato al suo “Jesus”. Ma i Coen non ne avranno a che fare.
Gli ebrei dei vostri film sono timorati come quelli di Woody Allen o invincibili come quelli di Mel Brooks?
E. Coen: In questo film i nostri ebrei non sono assolutamente quelli invincibili di cui parla
Mel Brooks: addirittura muoiono negli incidenti d’auto. E poi hanno dei dubbi, sono pieni di problemi. Direi che sono molto più vicini agli ebrei di Woody Allen.
Quanto avete pensato a L’uomo che non c’era per scrivere il ruolo del protagonista di questo film?
J. Coen: Ci sono delle analogie: entrambi sono personaggi che reagiscono a quello che accade. Si potrebbe pensare che siano parenti alla lontana..
E. Coen: E’ stato bravo
Michael Stuhlbarg, che ha interpretato il protagonista. Non è mai facile per un attore fare un personaggio così passivo: di solito c’è il tentativo di abbellire questo tipo di personaggi. È qualcuno che viene abbracciato, ma non abbraccia.
La scuola ebraica che vediamo nel film è simile a quella che avete frequentato voi?
J. Coen: Sì. Abbiamo frequentato questa scuola ebraica dove c’erano degli insegnanti di tipo geriatrico. Erano tutti dei vecchi ebrei dell’Europa dell’est.
Pensate che con Obama l’America stia vivendo un’era migliore?
J. Coen: Quando abbiamo scritto il film eravamo durante gli anni di George Bush junior, Barack Obama non si era ancora candidato alle primarie. Il nostro film è impregnato del pessimismo dell’era Bush.
Il vostro film è anche un discorso su razionale e irrazionale?
E. Coen: Sì. Razionalità e irrazionalità appaiono spesso nelle storie yiddish che leggevamo mentre scrivevamo il prologo del film.
I vostri film sono pieni di sequenze che potrebbero essere uscite da dipinti: come fate a lavorare sulle immagini?
J. Coen: Ormai questo è il decimo film che facciamo insieme al nostro direttore della fotografia
Roger Deakins. Di solito prima di iniziare a girare prepariamo degli storyboard molto accurati. A volte ci atteniamo scrupolosamente a questi, altre volte li tradiamo perché capiamo che certe scene sono migliori girate in un altro mondo.
Il prologo al film potrebbe essere la prima scena di un bel film horror. Vista la vostra amicizia con Sam Raimi, non pensate mai di girare un horror?
J. Coen: Sarebbe un’idea interessante se
Sam Raimi fosse diventato uno scrittore, magari uno scrittore di storie yiddish. Il prologo al film è un po’ un film horror, ma sa anche di leggenda popolare.
E. Coen: Il personaggio doveva essere un mostro che tornava dal mondo dei morti. Capita spesso nelle storie Yiddish che ci siano dei personaggi che ritornino dall’aldilà.
Questo film, come molte altre vostre opere, è ambientato nel passato. Quanto vi affascinano le ricostruzioni storiche?
E. Coen: Probabilmente nelle nostre menti iniziare con “C’era una volta tanto tempo fa” facilita la narrazione. Forse ambientando una storia oggi non riusciremmo a essere così creativi.