La crisi economica sta mettendo in ginocchio non solo le casalinghe, disperate o meno, e i precari che faticano ad arrivare alla fine del mese ma anche chi, con ostinazione, cerca ancora di promuovere iniziative culturali meritevoli e all'avanguardia.
Come se la crisi non bastasse, poi, questi ultimi devono fare i conti anche con i tagli indiscriminati ai fondi per lo spettacolo compiuti da certi governi.
È il caso di Bruno Torri, fondatore nel 1965 insieme a Lino Miccichè, della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, che quest'anno giunge alla sua 45ª edizione e che si svolgerà dal 21 al 29 Giugno.
I tagli sono stati ingenti, "con una riduzione del nostro budget di circa 50000 €" precisa lo stesso Torri, ma il Pesaro Film Fest è riuscito comunque a proporre un programma decisamente ricco e variegato, anche se più snello rispetto al passato e ad altri festival.
"Ma dimagrire fa bene e dovrei prenderlo anche come suggerimento personale" ricorda con una battuta Giovanni Spagnoletti mentre si appresta ad illustrare le linee-guida e gli eventi principali in programma. Il direttore artistico e Torri ribadiscono l'importante funzione del cinema come chiave interpretativa della realtà contemporanea nella scelta dell'odierna cinematografia israeliana come ospite d'onore. "L'aver optato per il nuovo cinema israeliano - spiega Spagnoletti - non significa, ovviamente, voler sposare una causa piuttosto che l'altra nel conflitto israelo-palestinese. Il nostro obiettivo è, invece, quello di aprire una finestra su quella realtà che ci permetta di capirla nel profondo, andando oltre i luoghi comuni e gli stereotipi che circondano il conflitto in Medio Oriente". Una voglia di conoscere ed una curiosità confermate dalla presenza, in concorso, dell'ultimo film del maestro palestinese Elia Suleiman, The time that remains, reduce dall'avventura al Festival di Cannes.
Sempre in tema di omaggi, particolarmente significativo è il premio alla carriera che sarà consegnato a Marco Bellocchio, "un regista con il quale - sottolinea Spagnoletti - ci sentiamo quasi imparentati, sia perchè iniziò la sua carriera nello stesso anno, il 1965, in cui s'inaugurava il festival di Pesaro (con il film I pugni in tasca), sia perchè ha sempre fatto della sperimentazione visiva il punto centrale del suo lavoro".
E la sperimentazione nell'uso dell'immagine cinematografica è anche la ragione alla base della retrospettiva dedicata ad Alberto Lattuada, "uno di quei cineasti su cui ancora oggi non si hanno le idee molto chiare" dichiara il curatore dell'evento Adriano Aprà, visibilmente soddisfatto del lavoro svolto e che prevede, oltre alla consueta tavola rotonda, la riscoperta di alcuni classici del nostro cinema come Il bandito, Luci del varietà, Il cappotto o Cuore di cane. "È un omaggio ad un regista dimenticato con troppa superficialità - sostiene, serio, Aprà - e che, invece, ha sempre cercato di rinnovarsi in linea con l'evoluzione del cinema, italiano ma anche internazionale, della sua epoca".
Interviene, poi, Eleonora Giorgi che collaborò con Lattuada in Cuore di cane e che lo definisce "un milanese borghese, colto e sofisticato e, soprattutto, non militante in un periodo, gli anni '70, politicamente controverso e forse è stata proprio questa sua astensione dalla militanza politica ad aver creato qualche problema alla sua carriera".
Nuovo cinema e sperimentazione, affrontando tematiche attuali e complesse e mantenendo la «missione» che ogni buon festival dovrebbe avere, "essere al servizio dei film, promuovendoli e generando dibattiti attorno ad essi, e non piegare i film alle esigenze dei festival" ricorda Torri parlando de La fisica dell'acqua, pellicola di Felice Farina che ha saputo resistere ai diversi anni di oblio in cui era stata confinata dalla distribuzione italiana e che vedrà, finalmente, la luce proprio a Pesaro.
L'importanza di una manifestazione come la Mostra sul Nuovo Cinema è da ricercarsi proprio in questa «resistenza», parola che torna spesso in conferenza stampa, contro tagli "che non fanno alcuna distinzione tra iniziative come la nostra - continua Torri, con un tono educato e pacato che, però, espone un j'accuse piuttosto deciso - ed altre realizzate unicamente per motivi di natura turistica".
Come si dice: "a buon intenditor, poche parole".
Gli altri continueranno a resistere.