Pecore in erba DVD: Recensione

Di   |   09 Agosto 2016
Pecore in erba DVD: Recensione

 

Lasciamoci odiare

Ci sembra giusto segnalare l’uscita su DVD CGHV di Pecore in erba, film italiano dell’anno scorso, passato quasi ignorato in sala, perché tratta con grande spirito un argomento che sta acquistando, purtroppo, sempre più evidenza. In nome infatti della famosa massima, erroneamente attribuita a Voltaire (“non sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita perché tu possa farlo”), siamo costretti ad ascoltare incredibili bestialità, affermazioni che ledono buon senso o principi del vivere civile, falsi storici, insulti e offese di ogni genere.


Tema brillantemente trattato anche nel recente Lui è tornato, con una provocazione però più lineare. Nel DVD l’immagine sempre pulita e nitida, si adegua alle varie tecniche di ripresa delle diverse parti, ripresa diretta, finte riprese televisive, documentari, materiale fotografico e di repertorio. L’audio in DD 5.1 rende ottimamente scena e dialoghi. Abbondante e varia la sezione extra, con uno sforzo sempre lodevole quando si tratta di prodotti che non sono certo dei blockbuster. Troviamo un making of di 36 minuti, con interviste varie; lo speciale “Pecore in laguna” (8’) sulla partecipazione al festival di Venezia del 2015; in “Dicono di noi” Gianni  Canova e altri personaggi del mondo del cinema dicono la loro sul film (7’); segue un’intervista al regista fatta da Marco Spagnoli (11’). Per chiudere il trailer, tre teaser e una brevissima scena da “L’usuraio licantropo” del 2006, finto film antisemita girato dal protagonista. In Pecore in erba, scritto e diretto da Alberto Caviglia, si racconta una storia surreale, quella del personaggio inventato Leonardo Zuliani. Leonardo è scomparso. Era un ragazzo splendido, faro per molti suoi coetanei, coraggioso oppositore del vile pensiero dominante, eroico combattente della libertà d’opinione, un vero modello per la sua generazione. In suo onore viene organizzata un’epocale manifestazione che trabocca da ogni piazza di Roma. Se ne interessano stampa e televisione, se ne gira una fiction (l’esilarante Paura d’odiare, con star del calibro di Francesco Pannofino, Margherita Buy, Carolina Crescentini, Paola Minaccioni). Ma cosa aveva di così speciale questo ragazzo, che fin dalla tormentata infanzia aveva mostrato segni distintivi fortissimi? Lo sapremo nel corso del Mockumentary, grazie alle interviste con tutti coloro che con lui sono cresciuti, affiancandolo nel difficile percorso dell’affermazione delle proprie idee, nella ricerca di una sua strada, nella sua ascesa come maȋtre à penser, imprenditore, leader insomma. L’interesse dell’operazione deve per forza risiedere nelle idee che Leonardo propugnava, nell’indirizzo da lui preso, così coraggiosamente contro corrente e quali mai saranno state queste idee così personali e osteggiate? E qui sta la beffa del finto-documentario, perché dopo poco si scopre che Leonardo era “semplicemente” un feroce antisemita, un razzista implacabile, un viscerale nemico della razza ebraica che per tutta la vita ha sbeffeggiato, offeso, oltraggiato pubblicamente in tutti i modi possibili, protetto dall’ala troppo grande della nostra imbelle democrazia. Perché oggi si afferma che “la democrazia non può avere paura delle parole, nessuno può finire in galera per le sue parole” (dipende, ah se dipende….). In suo nome è stato coniato il neologismo “antisemitofobia” cioè l’impegno per garantire la libertà di essere antisemiti. Pecore in erba è un esercizio spassoso nella sua logica distorta, come specchio per le fumose dissertazioni dei Soloni televisivi, che si sono prestati a rifare se stessi, mentre pomposamente leggono nel personaggio tutto e il contrario di tutto, prima critici poi adulatori, per gratificare la propria capacità di fine analisi, scambiando in mala fede cioccolata con sterco. Si sono prestati Vittorio Sgarbi, Gianni Canova, Corrado Augias, Linus, Fabio Fazio, Mara Venier, Elio, Carlo Freccero, Enrico Mentana, Ferruccio De Bortoli, Giancarlo De Cataldo, Kasia Smutniak, Giancarlo Magalli e perfino Tinto Brass. Il film si chiude con un sarcastico finale. Dai tempi della massima “castigat ridendo mores”, sappiamo che nessuna arma è potente del ridicolo, non c’è nulla di più distruttivo della satira. La satira raffinata però è indirizzata a un pubblico capace di avvertirne la finezza, di cogliere il sottile confine fra sbeffeggio e proposizione di una cronaca. Pecore in erba tratta infatti un argomento detestabile, l’antisemitismo, con uno humor particolare e un approccio originale. E forse anche troppo, perché il protagonista ricorda nella sua follia tanti personaggi reali, che davvero abbiamo sentito (e sentiamo) affermare assurdità del medesimo peso in vari talk show. Nessuno, che propugni odio nei confronti di chiunque sia percepito come “diverso”, merita che su di lui vengano applicate le regole del vivere civile. Ma paradossalmente si finirebbe per creare così il martire descritto da Caviglia. Questo è il bersaglio principale del film, che è un’operazione intelligente su modello di Woody Allen più che di Sacha Baron Cohen, ma ricorda però molto di più le finte-assurde notizie del Lercio. Fin dai titoli di testa si ride leggendo che il film è naturalmente prodotto da una lobby Pluto-Giudaico-Massonica-Reazionaria. Insomma mai come in questa film appare chiaro l’errore dei nostri tempi, nei quali in nome della liberta di espressione (che nel film diventa spiritosamente “libertà di oppressione”) tutto è concesso, perché tutti devono avere il diritto di poter dire quello che pensano, orribile o meno che sia. La smania del “politicamente corretto” ha creato mostri e il web ha completato l’opera, come ben comprende il protagonista della storia che proprio con l’uso di internet fa il suo salto di qualità. La situazione di Leonardo Zuliani è una specie di assurdo Comma 22 applicato in altro campo: cosa succede quando la pseudo-democratica accettazione del diverso incappa in uno diverso dal diverso comunemente inteso? Se ormai l’antisemitismo è dato per scontato, va da sé che chi non concordi diventa lui il “diverso” che ha diritto a esprimersi. Un paradosso logico che deve far riflettere.

 

 

Giudizio

  • un paradosso esemplare
  • 8/10