Diciamoci la verità, a prescindere che uno sia comunista o no, bisogna pur dare il merito a Che Guevara di aver razionalmente considerato perlomeno due eventualità nella sua estrema missione rivoluzionaria: O Vittoria o Morte, era infatti il suo slogan. Della “Morte” non voleva invece proprio neanche sentir parlare Benito Mussolini. Si poteva essere, soleva lui dire, giusto suoi "amanti", ma non di più. Altre ipotesi non erano da contemplare. “Vincere e vinceremo!” andava allora urlando.
E non abbiamo vinto.
Vincere si intitola per l'appunto anche il film di Marco Bellocchio, unico italiano presente quest'anno in concorso a Cannes. Il regista mostra un Mussolini giovane ed idealista, animato da un desiderio di emancipazione sociale per la “sua” Italia. Sappiamo che finì poi col far rinchiudere moglie e figlio in manicomio e quell'aggettivo "sua", che prima rappresentava un legame sentito con la propria nazione, acquisì i connotati di un possesso totale che alla fine sfociò in una dittatura.
Il cinema italiano si trasformò in quel periodo con una radicalità che mai nessun altro decennio riuscì ad eguagliare, nemmeno quello comunemente detto degli Anni di Piombo, durante il quale si originò il grande filone del cinema politico dei vari Rosi (Uomini contro), Montaldo (Sacco e Vanzetti) e Petri (Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto). Dai Telefoni Bianchi al Neorealismo, fino alla Commedia all'Italiana, tutto ha avuto origine da quel movimento rivoluzionario, dalla sua gestione dell'imminente conflitto mondiale e dalle sue ultime tangibili conseguenze sul tessuto sociale.
Sarà forse per questo "uragano" politico che il cinema ha fatto di quel periodo l'oggetto di centinaia di film, incentrati sulla politica dei fasci, sulla Resistenza, sulla Repubblica di Salò e su altri eventi che scandirono quegli anni così delicati. L'unico argine a questa orgia di film sul fascismo è stato posto proprio dagli anni di Piombo (tra sequestri, stragi e protagonisti politici di quel decennio), altro periodo oscuro che da sempre smuove coscienze e opinioni di tutti.
In fondo deve essere proprio questo quello che piace di questi eventi (un po' come accade per l'Olocausto): sono spesso talmente avvolti nel buio che su di essi si può dire tutto e di più, tanto che ormai oggi, periodo in cui il successo si costruisce su casi mediatici, sembra si sia aperta la gara a chi la spara più grossa o a chi riesce ad essere più provocatorio. C'è gente che per esempio inserisce il fascismo in ottica revisionista anche solo perché la sua storia non ha in realtà niente da dire (è il caso di Il papà di Giovanna di Pupi Avati).
E facessero attenzione i vari Gian Luigi Rondi e lo stesso Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che hanno appena tessuto le lodi di un supposto ritorno ai fasti della commedia all'italiana. Quello che sta tornando non è purtroppo il filone brillante e spesso critico nei confronti delle istituzioni degli anni Cinquanta, bensì quello fascista degli anni Trenta, fatto di storielle tutte uguali, di lieto fine assicurato, di spensieratezza stereotipata e che, fatta eccezione per autori come Mario Camerini e Alessandro Blasetti, tentava invano di emulare i ritmi e i personaggi della grande commedia classica americana. Era il tempo del cinema, volto al consenso popolare, dei Telefoni Bianchi, che in Italia in realtà non esistevano e che appunto incarnavano l'illusione di una società benestante che si voleva lanciare alla volta del capitalismo americano (lo stesso Mussolini sosteneva che il cinema fosse la migliore arma di propaganda). Si tratta di un cinema degradato sotto molti aspetti, ben rappresentato dal tuttavia poco riuscito film di Marco Tullio Giordana, Sanguepazzo, incentrato sulla storia degli attori Osvaldo Valenti (Luca Zingaretti) e Luisa Ferida (ahimé Monica Bellucci).
Insomma, tra il ritratto della società fascista di Roma città aperta e quello del recente Il sangue dei vinti ne passa di acqua sotto ai ponti. Per fortuna esistono casi fortunati anche nella nostra epoca, come quelli di El Alamein, Il partigiano Johnny o Piccoli Maestri, film spesso troppo facilmente dimenticati per lasciare spazio a cose molto peggiori. E in questo periodo storico, che sembra confermare con un’evidenza a tratti quasi spudorata la teoria dei corsi e ricorsi storici, non possiamo altro che augurarci in futuro che arrivi una nuova onda di cinema d’impegno come quella neorealista, che lanci filoni che non siano più solo sporadici o sotterranei. Purtroppo, come si dice, sbagliando s’impara. E lassù dove si comanda, non sembrano più intenzionati a commettere gli stessi errori.