Siamo alle solite.
Ogni volta che una pellicola italiana non riesce a trionfare in un importante festival internazionale, lo sciovinismo della critica cinematografica del Belpaese emerge in tutto il suo splendore.
Grandi polemiche e indignazione ai massimi livelli, quindi, per la sconfitta dell'ultima opera di Marco Bellocchio, Vincere, al Festival di Cannes.
Tanto da arrivare ad interpellare la stessa giurata italiana, Asia Argento, sul perchè di tale decisione. Decisamente infastidita, l'attrice, dal momento che i giurati di Cannes sono obbligati a non rivelare il «dietro le quinte» delle procedure di voto, ha rilasciato soltanto la seguente dichiarazione: "Avete visto il palmarès e la nostra decisione. Non ho altro da dire. Di Vincere di Marco Bellocchio in giuria ne abbiamo parlato una volta e anche bene. Tutto qui".
Un atteggiamento fastidioso, per il quale le pellicole italiane dovrebbero, scusate il gioco di parole, «vincere» sempre e comunque in virtù di un non precisato destino di superiorità e gloria.
Non ci sembra di aver riscontrato comportamenti simili da parte, ad esempio, della stampa inglese alla notizia dell'esclusione di Looking for Eric dal novero dei premiati. E questo nonostante il film di Ken Loach fosse da molti giudicato, al pari e forse anche più di Vincere, uno dei più belli visti quest'anno sulla Croisette.
Inoltre, cosa forse ancor più grave, questo sciovinismo mostra chiari segni di schizofrenia.
Non dimentichiamo, infatti, i duri attacchi rivolti proprio a Bellocchio e al suo film da alcune voci eminenti della critica nostrana dalle colonne di tre importanti quotidiani. Tutto questo a fronte del grande successo e dei sinceri apprezzamenti che Vincere ha, invece, riscosso dalla stampa straniera con Variety che lo definisce "un'opera entusiasmante" e Screen International che arriva a parlare di "fuochi d'artificio d'autore".
Polemiche così squallidamente strumentali sono inutili e, francamente, molto tristi nel loro provincialismo e rappresentano la testimonianza evidente dell'arretratezza sistemica che affligge da decenni il nostro Cinema e che difficilmente, date queste premesse, potrà essere superata in tempi brevi.