Mancava poco che ci diventava un hobbit. Peter Jackson non nasconde mai quando si parla di Il signore degli anelli né l'entusiasmo né soprattutto la fatica, a tratti quasi logorante, che ha patito nei 10 anni impiegati a portare sul grande schermo l'epopea tolkeniana. Ne è valsa senza dubbio la pena (la trilogia ha incassato quasi 3 miliardi di dollari, vinto 17 oscar e ad oggi è considerata da molti l'opera cinematografica più rappresentativa di questo primo decennio del terzo millennio), ma un motivo tuttavia ci sarà se alla realizzazione del prequel Lo Hobbit il regista neozelandese ha semplicemente deciso di prendervi parte in veste di produttore.
Ciò nonostante ormai da anni è solo "Jackson re del fantasy", "Jackson il nuovo George Lucas", ma anche "Jackson il mago degli effetti visivi". Gli ultimi suoi quattro film hanno infatti vinto tutti il premio Oscar per gli effetti speciali e scommettiamo che almeno una nomination spetterà anche ad Amabili Resti, la sua ultima fatica che costituirebbe, accanto agli altri probabili blockbuster d'azione candidati, sicuramente un caso anomalo, essendo invece in sostanza un film drammatico.
Tuttavia con Jackson nulla è mail soltanto un'unica cosa. Quando ad 8 anni i suoi occhi incrociarono per puro caso il mastodontico King Kong in una replica televisiva del film del 1933, a colpirlo fu proprio quel perfetto "mix di escapismo, avventura, mistero e romanticismo, con una magnifica mescolanza di fantasia ed emozione che lo rendeva straordinario". Un'ossessione cominciata dunque sul finire degli anni Sessanta, che stregò il regista e lo portò sia ad innamorarsi del cinema che a porsi l'obiettivo di una vita: riuscire un giorno a riportare quel film sul grande schermo. E così è stato.
Jackson re-investì il patrimonio accomulato col successo della trilogia di Tolkien e nel 2005, con un budget pari a 207 milioni di dollari (solo 4 anni fa considerati un'enormità, oggi quasi consueti per un blockbuster hollywoodiano), non realizzò tanto un fedele remake, quanto un'opera sontuosa ed epica, che trasforma la triste storia della bestia innamorata della bionda Ann Darrow in una lunghissima interminabile dichiarazione d'amore al cinema.
C'è in effetti una cosa che lo spettatore comune deve sapere quando si appresta a sedersi sulla poltrona di una sala cinematografica per vedere un film di Peter Jackson: il regista neozelandese non ha propriamente il dono della sintesi. Non vi lamentate se dunque un suo film vi sembrerà troppo lungo perché siete avvisati in partenza. Se l'ultimo Amabili Resti ci delizia "solo" per 139 minuti (ma quante cose ha dovuto tagliare a suo malincuore il nostro Jackson!), pensate al tanto agognato King Kong, opera fiume di 187 minuti che nella sua versione integrale arriva fino ai 201, o ai vari capitoli di Il signore degli anelli, che oscillano tra i 166 minuti di La Compagnia dell'anello ai 184 di Il ritorno del Re (che però arriva ai 251 nell'extended version uscita in dvd). Insomma da quando Jackson ha potuto disporre di consistenti budget dopo i primi film low-cost ci fosse qualcuno che fosse riuscito a fermare il suo fanciullesco entusiasmo.
La propria strabordante fantasia e immaginazione infatti viene sempre prima di tutto, l'intrattenimento immediatamente dopo. Le emozioni sono invece l'unico fine da perseguire anche con quegli effetti speciali che, dal gusto celtico tolkeniano ai paesaggi ammiccanti al Romanticismo in King Kong fino al surrealismo di Amabili Resti, sanno acquistare quella vitalità che va oltre la semplice spettacolarità o funzione di sfondo e che solo pochi altri autori (Lucas, Cameron, Spielberg, Del Toro) nel loro genere hanno saputo proporre. Del resto in quel giorno della lontana infanzia ad attrarlo dello scimmione Kong non furono tanto gli effetti visivi quanto proprio quella figura così spaventosa ma anche così commossa e sensibile al tocco umano.
Ma non pensate a Jackson solo come un inguaribile sentimentale, perché il regista nasce soprattutto come grande amante del genere gore (non per niente i suoi Bad Taste e Gli Schizzacervelli sono un cult tra gli appassionati dello splatter-movie), una componenente derivante soprattutto da una concezione di cinema che in quanto intrattenimento a 360° non può sottrarsi al fascino del pericolo, dell'orrido e dell'orrore, centellinato dopo l'abbuffata dei primi film nelle teste mozzate e negli orchi de Il signore degli anelli o ancora nella tribù indigena e nelle creature preistoriche che popolavano l'isola di King Kong. Fino ad Amabili resti, dove concede alla sua tentazione solo qualche sussulto (ma in realtà cosa c'è di più gore del volto di Stanley Tucci?).
Volendo proprio sfogarsi, c'è poi sempre magari un District 9 da produrre per divertirsi sparando e correndo, sempre all'insegna di un intelligente intrattenimento. Tutti lo applaudono e lo chiamano Re Mida di Hollywood. Nemmeno noi lo mettiamo indubbio, ma per molti rimarrà sempre e solo il Re (solo "morale" però, per non far torto a Viggo Mortensen) di Gondor e della Terra di Mezzo.