Il rapporto turbolento tra
Michael Moore e il capitalismo americano ha radici lontane, che risalgono al 1989, anno di uscita del suo primo lungometraggio, quel
Roger & me che sarebbe stato riscoperto da molti suoi fan alcuni anni dopo, a partire dal successo di
Bowling a Columbine nel 2002.
Una relazione che già allora si configurava come una storia d’amore tradita, condita d’inganni e mancanze perpetrate da una delle due parti, il capitale economico USA, ai danni dell’altra, il popolo americano, metafora che esplode vent’anni più tardi, oggi, in
Capitalism: A love story.
Già in quel primo lavoro emergono le caratteristiche proprie, assolutamente non convenzionali, del cinema di Moore. L’intenzione del regista era quella d’intervistare Roger Smith, il presidente della General Motors che, proprio quell’anno, aveva deciso di chiudere i suoi stabilimenti di Flint, nel Michigan, città natale di Moore, nonostante i buoni profitti realizzati dalla società. Tuttavia, le resistenze continue di Smith a farsi intervistare portano il documentario in tutt’altra direzione, nella cronaca tragicomica, cioè, dei numerosi tentativi di questa «voce del popolo» di ottenere risposte e spiegazioni dal presidente di una delle aziende più prestigiose degli Stati Uniti. “Mi scuso con i puristi del documentario per aver realizzato un film divertente” dirà Moore di quel suo lavoro esilarante e rabbioso, come saranno molti altri successi di quest’autore scomodo.
Figlio della classe proletaria di Flint, dove nasce nel 1954 da madre segretaria, Veronica, e padre, Frank, operaio proprio alla General Motors, Moore tenta prima la strada degli studi universitari, presto abbandonati, e poi quella del giornalismo, collaborando con alcune riviste di controcultura sia locali, il Flint Voice, sia nazionali, il Mother Jones a San Francisco, prima dell’incontro con Roger Smith che cambierà per sempre la sua carriera.
Dopo il successo di Roger & me, infatti, realizza, per la NBC prima e la FOX poi, il programma TV Nation, mix d’informazione ed intrattenimento che, però, non raggiunge i risultati sperati in termini di audience (miglior sorte toccherà a The awful truth, programma analogo del 1999, sviluppato per l’emittente via cavo Bravo).
Nel frattempo, lavora allo script di una nuova pellicola, stavolta di fiction (unico film non-doc, finora, nella carriera del regista), intitolata Operazione Canadian bacon, geniale satira sul militarismo e le macchinazioni, spesso ridicole, dei governanti americani per mantenere il consenso. Tuttavia, la morte improvvisa del protagonista John Candy nel 1994, costringe Moore a ritardarne l’uscita in sala all’anno successivo, con un risultato al box office disastroso.
All’attività audiovisiva, Moore alterna quella come scrittore. Pubblica, inizialmente, Giù le mani! L'altra America sfida potenti e prepotenti (1996). Grazie al maggior spazio offertogli dalle pagine di un libro rispetto ai 90 minuti di un film, si scaglia ancora contro le grandi compagnie statunitensi, responsabili della grave crisi occupazionale del paese alla fine degli anni ’90, in virtù delle politiche di decentramento della produzione che portano le fabbriche all’estero dove possono ridurre i costi del lavoro ed incrementare i profitti. Moore allarga i limiti del suo sguardo dalla realtà locale di Flint al contesto più ampio degli Stati Uniti mantenendo, però, lo spirito irriverente e, al tempo stesso, di forte denuncia che caratterizzava Roger & me.
Un’irriverenza che sembra scomparire, quasi, in un’altra opera editoriale di Moore: Stupid white men. Nato dalla rabbia e dall’esigenza di fare chiarezza sulle elezioni presidenziali del 2000, che vedono uscire vittorioso, tra le polemiche, il candidato repubblicano George W. Bush, il libro è un duro atto d’accusa verso le molte contraddizioni dell’american way of life e contiene un elenco di dati (raccolti lavorando su una vasta bibliografia) che evidenziano le irregolarità e le manipolazioni che hanno determinato l’esito del voto in favore di Bush.
È una bomba che esplode a pochi giorni da un altro, durissimo colpo patito dal popolo americano in quel periodo: l’attentato al World Trade Center dell’11 Settembre 2001. La HarperCollins, casa editrice che pubblica il libro, chiede all’autore di smorzarne i toni, proprio per il momento delicato. Moore rifiuta e, nel 2002, a seguito di una campagna dei librai contro quello che viene percepito come un atto di censura, Stupid white men arriva nelle librerie integro.
È il primo faccia-a-faccia tra il regista e il neo-eletto presidente degli Stati Uniti.
Non sarà l’ultimo.
Prima, però, Moore decide di approfondire una tematica cui sta lavorando dal 1999, anno in cui, in un liceo di Denver (Colorado), due studenti armati uccisero 13 persone (12 alunni e un insegnante), ferendone altre 24. Il liceo era la Columbine High School e il film che Moore dirige su quella vicenda s’intitola Bowling a Columbine. Partendo dall’eccessiva facilità con cui è possibile reperire armi da fuoco negli Stati Uniti (una facilità che ha permesso a due minorenni di Denver di entrare in possesso di un piccolo arsenale e massacrare compagni di scuola e professori), il documentarista conduce un’indagine sociologica e massmediologica sul sistema culturale e informativo del proprio paese. Un sistema che, servendosi di semplificazioni e stereotipi, incrementa la diffidenza, il terrore nei confronti dell’«altro», del «diverso», e che porta queste tensioni e questa pressione a sfociare nella violenza.
Il film è un capolavoro, riconosciuto come tale dal successo di pubblico in patria e all’estero e dai numerosi premi ricevuti ai principali festival internazionali, tra cui il Premio del 55° Anniversario al Festival di Cannes e l’Oscar al Miglior Documentario nel 2003. Proprio nel discorso di ringraziamento all’Academy, Moore lancia il suo attacco frontale al Presidente Bush: “Ho invitato sul palco gli altri miei colleghi documentaristi candidati al premio. Sono qui e sono solidali con me, perché a tutti noi piace descrivere la realtà e invece viviamo in un'epoca fittizia. Viviamo in un tempo in cui si tengono votazioni fittizie che eleggono un presidente fittizio. Noi viviamo in un tempo in cui c'è un uomo che ci manda in guerra per ragioni fittizie. Siamo contro questa guerra, signor Bush! Vergogna, signor Bush! Vergogna! E si ricordi che mettersi contro il Papa e le Dixie Chicks vuol dire avere i giorni contati. Grazie mille”.
È il preludio a Fahrenheit 9/11.
Il 25 Giugno 2004, dopo un lungo braccio di ferro tra la Disney, inizialmente incaricata della distribuzione del film, e la Miramax di Harvey e Bob Weinstein, società che l’aveva prodotto, controllata dalla stessa Disney, il film arriva nelle sale statunitensi reduce dall’enorme consenso riscosso nel Maggio precedente a Cannes, dove aveva conquistato la Palma d’Oro.
La pellicola denuncia, con un accumularsi impressionante d’informazioni, la costante strumentalizzazione messa in atto dall’amministrazione Bush a seguito degli attentati dell’11 Settembre 2001, al fine di creare nel popolo americano un clima di terrore tale da giustificare eccezionali misure repressive nei confronti delle libertà individuali e la guerra in Iraq, da molti ritenuta ingiustificata.
Presentando numerosi dati, con molto meno sarcasmo che in passato, Fahrenheit 9/11 contesta, da un lato, la veridicità delle prove portate da Bush e dai suoi collaboratori per avvalorare la loro decisione di dirottare il campo di guerra dall’Afghanistan all’Iraq e, dall’altro, mette in evidenza i rapporti esistenti tra la famiglia del presidente americano e quella di Osama Bin Laden, il terrorista a capo di al-Qaeda, responsabile dell’attentato alle Torri Gemelle.
Forse eccessivamente guidato dall’avversione nei confronti di George W. Bush (“un bugiardo seriale”, per il regista), il nuovo film di Moore non è efficace come il precedente. Ma la sua rilevanza storico-politica è percepita in tutto il mondo, Stati Uniti compresi, tanto da fargli eguagliare, nel solo weekend d’apertura, l’incasso totale di Bowling a Columbine, e permettendogli di raggiungere, alla fine, un incasso globale superiore ai 300 milioni di dollari.
È, attualmente, il documentario di maggior successo nella storia del cinema.
Ma per ritrovare il Michael Moore migliore occorre aspettare solo tre anni.
Nel 2007, il regista affronta un altro tema assai scomodo all’interno del tessuto sociale americano: il dramma del sistema sanitario e delle compagnie d’assicurazione che decidono della vita e della morte delle persone in base al loro reddito e alla loro classe sociale.
Il film s’intitola Sicko e, pur non raggiungendo i clamorosi risultati di Fahrenheit 9/11 al box office, riporta Moore alle atmosfere a lui più congeniali: una denuncia spietata, amara, che si accompagna ad una capacità narrativa e ad un gusto per l’invettiva irriverente senza eguali.
Uno stile che contraddistingue anche Capitalism: A love story, ultimo, geniale lavoro di questo «regista-mastino», che definisce se stesso “un cittadino normale che ha deciso di lasciarsi coinvolgere” e che gli ha procurato tanti estimatori in tutto il mondo, desiderosi, quanto lui, di prender posizione. Anche, e soprattutto, se si trattasse di una posizione scomoda.