Il concetto di «gavetta» sembrerebbe avere ancora un senso, perfino nella pseudo-industria cinematografica del Belpaese, a giudicare dalla carriera di
Ferzan Ozpetek.
Giunto in Italia dalla natia Istanbul a soli diciassette anni, con l’intento dichiarato di studiare cinema ed affermarsi come regista, muove i primi passi nella Settima Arte proprio attraverso quel percorso iniziatico che passa per mestieri quali l’aiuto o l’assistente alla regia. In questa fase, oggi dimenticata, nell’epoca degli Amici e dei Grandi Fratelli, artefici di successi immediati quanto illusori e, molto spesso, immeritati (l’unica eccezione finora è
Luca Argentero, scelto proprio da Ozpetek per l’intenso
Saturno contro del 2007), collabora con nomi importanti della nostra cinematografia come
Massimo Troisi (
Scusate il ritardo, 1983),
Ricky Tognazzi (
Ultrà nel 1990 e
La scorta nel 1993) e
Marco Risi (
Il branco nel 1994).
Il «salto» dietro la macchina da presa arriva nel 1997 con Il bagno turco – Hamam, patrocinato proprio da Risi e presentato con successo alla Quinzaine des Réalisateurs alla 50ª edizione del Festival di Cannes.
“Una sensibilità raffinata, un vero compiacimento per l’esuberanza di un folklore non turistico e una mano già esperta nel raccontare per immagini sono le qualità che connotano in Ozpetek un regista dal quale si possono attendere altri film belli”. Con queste parole il compianto Tullio Kezich salutava l’esordio del regista turco. Nel viaggio del protagonista (un quasi esordiente Alessandro Gassman, già abile nel delineare un proprio stile recitativo capace di discostarsi dalla non facile eredità paterna), in Turchia per chiudere certi affari lasciati in sospeso da una zia deceduta, emergono già gli elementi che diverranno tipici, vere e proprie marche stilistiche, della sua cinematografia. Il fascino della buona cucina, ad esempio, e l’idea della convivialità come emblema dell’affetto più puro e sincero, un sentimento che va al di là della semplice e sopravvalutata parentela e che finisce inevitabilmente col conquistare chiunque entri in contatto con gli affiatati componenti di queste «famiglie allargate».
La diversità, di uno stile di vita come di un amore omosessuale, è occasione di arricchimento e, soprattutto, di definitiva scoperta di se stessi, mai di pericolo o dubbio.
Temi e sensazioni che tornano con forza nel film che sancisce l’ingresso di Ozpetek tra i registi più importanti e di maggior successo della sua generazione: Le fate ignoranti del 2001.
Dopo aver realizzato Harem Suaré nel 1999, un viaggio nel passato della sua Turchia, narrato attraverso gli occhi di una donna rivolti al suo amore perduto, il regista pone il suo sguardo alla descrizione di un presente soprattutto intimo e personale piuttosto che esplicitamente sociale. La storia di Antonia e Michele (un’ottima Margherita Buy ed uno Stefano Accorsi mai più così bravo), anime perse dopo la morte di Massimo, marito della prima e amante del secondo, e quella del bizzarro gruppo di amici che abita l’appartamento del ragazzo, è la rappresentazione divertente, poetica e, al tempo stesso, venata di una certa amarezza delle infinite possibilità (ma anche delle difficoltà) insite in ogni cambiamento.
Se Antonia (“piccola borghese arrogante e frigida” le urla Michele in un dialogo straordinario della pellicola), infatti, riesce a trovare il coraggio di abbandonare le sue false certezze per costruirsi una vita che sia finalmente sua, senza le imposizioni del conformismo e delle rassicuranti, ma ingannevoli, istituzioni borghesi (come il matrimonio, non necessariamente sinonimo di amore), al tempo stesso Michele (“un frocio” gli risponde Antonia, in reazione all’attacco verbale citato in precedenza, prima di scoppiare entrambi in una risata liberatoria) vede aprirsi lo spiraglio di una nuova speranza nella chiusura delle sue posizioni radicali e ostinatamente antagoniste.
Le fate ignoranti rappresenta senza dubbio un successo straordinario nella carriera di Ozpetek (arrivato, per di più, in un’annata segnata dalla concorrenza di pellicole come L’ultimo bacio di Gabriele Muccino e La stanza del figlio di Nanni Moretti). Tuttavia, il regista riuscirà a superare se stesso solo due anni più tardi con il film che, probabilmente, segna la sua maturazione come narratore per immagini.
La finestra di fronte è una pellicola ambiziosa, giocata su due piani temporali (la Seconda Guerra Mondiale e i rastrellamenti nazi-fascisti contro gli omosessuali e gli ebrei, da un lato, e il presente) e sospinta dal mistero di un uomo colpito da improvvisa amnesia (Massimo Girotti, alla sua ultima, notevole interpretazione). Giovanna (Giovanna Mezzogiorno), giovane donna afflitta dalle troppe responsabilità e dall’assenza di emozioni, lo aiuterà a sollevare il velo che oscura i ricordi, ricevendo in cambio una preziosa lezione da quest’uomo elegante e gentile ma anche malinconico. “Non si accontenti di sopravvivere” le sussurra, spingendola a ritrovare, conservando la memoria di quei giorni trascorsi insieme così come lui conserverà quella del suo amore distrutto dalla barbarie del fascismo, nuovi spazi per le sue passioni e i suoi sogni.
Lontano dalle atmosfere gioiose e ironiche de Le fate ignoranti, Ozpetek realizza, con La finestra di fronte, una pellicola sul senso della memoria e del ricordo prezioso di chi ha fatto parte della nostra vita, anche solo per un breve istante, arricchendola e dandole nuovo significato.
E la medesima fiducia caratterizza, paradossalmente quasi, Saturno contro del 2006 (dopo il decisamente poco riuscito Cuore sacro del 2005, riflessione sulla religione, evidentemente troppo «sentita» dal regista) dove un gruppo di amici eterogeneo e gioioso come quello de Le fate ignoranti deve affrontare la morte di un suo membro, la sua anima e il suo «collante», di fronte ai cambiamenti, quasi mai indolori e comunque traumatici, che lo scuotono dall’interno.
“Per sempre non esiste” dichiara la voce fuori campo di Luca Argentero. Ma non è detto che sia un male, sembra aggiungere il regista, favorevole da sempre alle novità impreviste che caratterizzano l’esistenza umana e consapevole che coloro i quali sono stati importanti nella nostra vita, continuano ad accompagnarci come fantasmi benevoli.
La prospettiva con la quale Ozpetek guarda alla realtà quotidiana, però, è da più parti considerata limitata (e la scelta di girare il film nella vera casa romana del regista non aiuta certamente a stemperare un simile giudizio) e tipica di quel cinema borghese delle cosiddette "due camere e cucina", che vede in Gabriele Muccino l’altro esponente di spicco.
Il regista turco, in effetti, sembra non voler andare oltre la dimensione esclusivamente sentimentale delle storie che racconta, rifiutando completamente l’idea di un approccio che si potrebbe definire «politico» alle tematiche sociali con cui il cinema (qualsiasi cinema, in tutti i suoi generi e film, è bene ricordarlo) inevitabilmente si confronta.
In Un giorno perfetto, del 2008, Ozpetek sembra voler rispondere a queste critiche, costruendo un teso affresco corale nel quale, con quel gusto per l’intreccio che vedeva in Robert Altman il suo maestro indiscusso e insuperato, le vite dei personaggi s’inseguono, si sfiorano, si confrontano anche violentemente, nell’arco di ventiquattro ore drammatiche, sullo sfondo di una Roma cupa e pessimista. Il supporto di un cast di livello (Valerio Mastandrea e Isabella Ferrari nei panni dei due protagonisti principali, su tutti) e l’atmosfera quasi da thriller rappresentano, sicuramente, una novità nella filmografia del regista. Tuttavia, si avverte la sua difficoltà nel raccontare una vicenda più ampia, che abbraccia anche dinamiche non immediatamente riconducibili al suo vissuto personale.
Forse è per questo motivo che con il suo progetto successivo, l’imminente Mine vaganti nelle sale dal 5 Marzo, Ozpetek decide di tornare alla commedia con una storia (un ragazzo, Riccardo Scamarcio, che torna a Lecce dopo gli studi universitari condotti a Roma, per fare outing e confessare alla sua famiglia di essere omosessuale) che si presenta come una sorta d’ideale chiusura di quel cerchio aperto all’inizio del nuovo millennio con Le fate ignoranti.