Così anche questa è Lamerica, il paese delle possibilità, del Sogno. In un Missouri in endemica depressione, nelle gelide lande dell’altopiano d’Ozark, vive la diciassettenne Ree, in condizioni da Frontiera. Una casetta di legno vicino ad un bosco, è tutto quello che la sua famiglia ha mai posseduto. Intorno capanni abbandonati e cadenti, e un terreno che sembra una discarica. Incombe la miseria più nera, è festa quando si riesca a sparare a qualche scoiattolo. Ree manda avanti la famiglia, due fratellini e la madre psicologicamente instabile. Il padre, come tanti nella zona, era un fabbricante di metanfetamina (la vera risorsa economica locale di tutte le zone depresse del paese, vedi serie tv come
Breaking Bad o
Justified), ma è scomparso dopo essere uscito sotto cauzione, in attesa del processo. Ma come garanzia ha dato casa e terreno e, se non si presenterà all’udienza, lo Stato si prenderà tutto. La ragazza disperata comincia a cercarlo ma si scontra subito con l’omertà malavitosa della zona, dove tutti sono imparentati ma vivono arroccati in piccole enclave ostili l’una all’altra, in un sistema quasi feudale, e andare in giro a fare domande può scatenare reazioni di inusitata ostilità. Nessuna pietà, nemmeno per i più indifesi, nessuna solidarietà di sesso (memorabile la sequenza della “punizione” inflitta dalle donne del clan del boss locale), non c’è spazio per i sentimenti, conta solo la spietata sopravvivenza in un ambiente durissimo: l’omertà malavitosa è la stessa sotto qualunque latitudine. Mentre la ricerca procede, comunicando un senso di costante, sotterranea minaccia che incombe sulla ragazza, tappa dopo tappa come una sventurata Alice nel paese degli orrori, Ree dovrà, ma anche vorrà, andare fino in fondo. Sui titoli di coda fotogrammi di una vita lontana, normale, che avrebbe potuto essere normale. Sperarlo, auguralo almeno, dipenderà dal pessimismo dello spettatore. Chissà una vera Ree cosa penserebbe.
Esemplare storia dove la miseria umana e culturale, abbinata a quella economica, genera inevitabilmente mostri,
Un gelido inverno (Winter’s Bone) è tratto dal romanzo di
Daniel Woodrell (Fanucci Editore) e rappresenta anche uno spaccato di un’America che esiste quanto quella delle commedie glamour che ci vengono servite con assai maggiore frequenza, più valido di un trattato sociologico. Consigliamo a questo proposito il libro
La Bibbia e il fucile di
Joe Bageant, che indaga proprio sulle condizioni culturali del Grande Centro dei mitici Stati Uniti d’America. Drammatica e appassionante storia, istruttiva come un documentario, al di là della tragedia umana dei protagonisti, il film ricorda come realismo disperato dell’ambientazione un vincitore al Sundance del 2008,
Frozen River, un altro dramma umano, dove la potenza della desolazione ricorda certe storie post-apocalittiche come
The Road di
Cormac McCarthy. Con incredibile maturità, la ventenne
Jennifer Lawrence, già notata in
The Burning Plain, crea un personaggio memorabile, per la sua durezza, diffidenza, coraggio, con tutta la sua capacità di tenerezza e protezione nei confronti dei fratellini, per l’inutile ostinazione a fargli frequentare la scuola, a mettere in tavola ogni giorno qualcosa da mangiare, costretta a non mostrare mai debolezza per non finire sbranata, come insegna la legge della foresta. Tutto questo riesce grazie ad una recitazione eccezionale, con la linea della sua guancia che porta ancora la morbidezza dell’infanzia, mentre lo sguardo ha tutta la durezza necessaria per sopravvivere. Anche il resto del cast è formato da facce scelte splendidamente, da sembrare davvero autentiche:
Garret Dillahunt, lo sceriffo,
John Hawkes, lo zio,
Sheryl Lee, l’ex amante del padre,
Dale Dickey, la terribile matriarca, solo per segnalare delle facce note. Un gelido inverno, diretto dalla regista americana
Debra Granik, ha vinto al Sundance Film Festival 2010 come Miglior film e Migliore sceneggiatura. Ne sentiremo parlare nella prossima Notte degli Oscar.
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un film in cui l’arte copia la vita
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