Tutto ha avuto origine nel 1988 quando
James Cameron, insieme allo speleologo sottomarino
Andrew Wight, aveva esplorato il sistema di grotte sotto il Nullabor Plain, nell’Australia centro-meridionale. Durante l’avventura una tempesta anomala aveva intrappolato quindici persone (tutte poi sopravvissute) in una grotta profonda. Questo evento è rimasto nella memoria di entrambi, inducendo Wight a scrivere una sceneggiatura che ha sottoposto all’amico molti anni dopo, ritardato anche dall’aver intrapreso una carriera nel campo dei film Imax e 3D. Dal canto suo James Cameron è da sempre appassionato del fondo del mare, come ha già dimostrato con i suoi documentari sul relitto del Titanic,
Ghosts of The Abyss, e sulla corazzata Bismarck, oltre che con i film
Abyss e
Titanic.
La trama è elementare: i membri di una spedizione nelle grotte più profonde di Papua, nella Nuova Guinea, a causa di un ciclone in superficie restano intrappolati a 2000 metri sotto terra, in una grotta che attraverso un inesplorato e labirintico sistema di fiumi sotterranei, cunicoli e altre grotte, comunica col mare aperto. Sono il duro Frank, professionista di imprese estreme (l’australiano
Richard Roxburgh, visto in
Moulin Rouge, Van Helsing, Mission Impossible II); suo figlio diciassettenne Josh (
Rhys Wakefield anche lui australiano), sempre sottoposto all’intransigente giudizio del severo genitore; Carl, il miliardario che ha finanziato l’impresa (il gallese
Ioan Gruffudd, protagonista de
I Fantastici 4 e
King Arthur) e la sua avventurosa fidanzata. La situazione di emergenza fa esplodere le personalità dei personaggi, portando alla luce il meglio o il peggio di ciascuno, nella certezza di essere ad un passo dalla morte, mentre luce e aria cominciano a mancare.
Al di là della schematica retorica dei caratteri dei protagonisti, che verranno decimati poco a poco e alla fine si scontreranno per la pura sopravvivenza, vale del film il suo lato spettacolare, quasi documentaristico, grazie ad un (finalmente) efficace 3D, che enfatizza la claustrofobia angosciosa di cunicoli e fiumi sotterranei e la profondità delle enormi grotte, riuscendo a comunicare una discreta dose di suspance, almeno quanto in un film horror, senza la necessaria presenza di creature misteriose e ostili. È sufficiente la grande ostilità di madre Natura pronta a cibarsi di chiunque in un attimo, al primo, minimo errore. Il film è stato girato come
Avatar, con un sistema stereoscopico HD, il Cameron/Pace Fusion 3D Camera System. Molte scene, ricreate in giganteschi set, sono state filmate in un’enorme vasca al Village Roadshow Studios a Queensland, in Australia. La tipologia del protagonista, pur sommaria, lo pone nella scia di scalatori estremi, surfisti, velisti o in genere praticanti di tutti gli sport estremi (e anche, perché no, del protagonista di
127 ore di
Danny Boyle, di prossima uscita). Che si tuffino in apnea, che sfidino onde alte come palazzi, che conquistino l’Everest senza ossigeno, che attraversino in solitaria gli oceani o si lancino in planata da un aereo, devono essere soli, di fronte alla Natura, il rischio non conta. Come dirà Frank “
solo qui mi sento me stesso, questa grotta è la mia chiesa”.
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Trama elementare, altissima tecnologia
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