Film per gli appassionati di
Pina Bausch, ma anche per gli amanti in genere della danza e film per chi non ancora conosce una delle massime coreografe del XX secolo e vuole così essere illuminato su nuovi orizzonti: film soprattutto per chi è capace di emozionarsi per la pura, “inutile” bellezza di un movimento, di un gesto, di una postura, di un’ambientazione, che senza imporre letture solo fa lievitare sensazioni.
Wenders, da sempre ammiratore e amico dell’artista, aveva lasciato cadere il progetto di un film sulla Bausch al momento della sua morte, avvenuta nel 2009. Incoraggiato però dai suoi ballerini e collaboratori del Tanztheater di Wuppertal, ha portato avanti il progetto, anche perché intendeva sperimentare il 3D applicandola a un evento artistico e non meramente spettacolare. Infatti il primo stimolante approccio di Wenders con questa tecnologia era stato il concerto in 3D degli U2, che risale al 2007, ma resta tuttora uno dei più interessanti e validi esperimenti in quel campo. Wenders firma così uno dei suoi migliori lavori, realizzando un film che non è né freddo documentario né noioso e rispettoso biopic e nemmeno un compianto funebre ma l’esaltazione della vita, del puro movimento, componendo un ritratto della Bausch indirettamente, solo attraverso le immagini di alcune sue celeberrime coreografie,
Cafè Müller, Le sacre du primtemps, Vollmond e
Kontakthof.
Non si parla mai direttamente di lei che quasi non viene mostrata, solo poche inquadrature, poche parole, e poi brandelli di ricordi raccontati velocemente dai suoi artisti, che su questi ricordi danzano in brevi assoli, in teatro e all’aperto in luoghi inusuali, nella campagna del Bergisches Land, in uno stabilimento industriale e nella suggestiva ferrovia sospesa di Wuppertal. Il coinvolgimento avviene anche grazie a un ottimo 3D (al lavoro c’è uno dei massimi esperti e pionieri della stereografia 3D,
Alain Derobe, con la preziosa fotografia di
Hélène Louvart e Jörg Widmer), che enfatizza con una costante profondità di campo i movimenti dei ballerini immergendo lo spettatore nella scena, quasi se non meglio che a teatro, dove spesso la postazione della platea non permette una corretta visione dell’insieme. Si prova infatti la sensazione di non affrontare lo spettacolo frontalmente, ma di esserne partecipi. Esce con chiarezza il genio poetico ed espressivo della Bausch, una donna che dalla metà degli anni ’70 ha profondamente influenzato il mondo dell’arte teatrale e della danza, ideatrice del suo teatro-danza grazie alle sue intuizioni geniali, con i gesti spesso affidati alle sensibilità del singolo artista, sul palcoscenico sempre in abiti borghesi o addirittura nudo, senza costumi di scena, per accentuare la forza espressiva e visiva del movimento. Una menzione anche per i suoi danzatori, giovani ma anche anziani, scelti secondo un concetto rivoluzionario della “bellezza” e dei canoni cui è comunemente legata (per ricredersi guardare con attenzione la meravigliosa performance del non più giovane
Lutz Förster). Forse
Pina 3D non è un film per tutti, però come sarebbe bello se lo diventasse. Se un film può avere uno scopo, questo sarebbe di creare un’esperienza di vita fondamentale da dividere con lo spettatore. Forse il solo modo per trascendere la nostra pesantezza, che ci attira verso la terra, alla quale siamo ben consci di dover un giorno tornare, sta in quello stacco verso l’alto, sta nell’effimera bellezza del movimento, nella danza, quella bellezza che tanti giudicano inutile, quel lampo di poesia che resta impresso fuggevolmente nella retina ma che va a stamparsi nel cervello, nel cuore, nel ricordo e si chiama comunemente emozione.
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Il primo 3D d'autore
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