Il cinema è un gioco, una finzione, un alternarsi di sogno e realtà. Non deve essere (per forza) vero o verosimile, alcuni dei più grandi capolavori (vedi Lynch) non ne hanno bisogno. Ma se fai un thriller che dovrebbe creare uno straccio di empatia, coinvolgimento emotivo, almeno paura, devi far sì che lo spettatore almeno per qualche momento possa pensare “e se succedesse a me?”. Eccolo il primo difetto tra i tanti che porta in dote Obsessed.
Un bamboccione come Idris Elba, novello vicepresidente di un’azienda, ha Beyoncè come moglie, è felice e innamorato: cosa troverà mai nella maliziosa ma un po’ insipida Ali Larter (che diventa sexy solo quando si arrabbia o si intestardisce) tanto da fissarla in ascensore, flirtarci (o caderci ingenuamente per narcisismo), creare un rapporto di lavoro poco consono? Più che la solita irrequietezza maschile, qui si rasenta l’idiozia. E troppo poco viene punito il protagonista un po’ insulso di questo Attrazione fatale in salsa black. Se a questo aggiungete un regista televisivo privo di personalità come il londinese Steve Shill, Obsessed appare come una pellicola di patinata inutilità. Eppure quando la macchina si muove – l’agguato sessuale in bagno, la pur grottesca scena finale di lotta – qualche buona traiettoria la segue, ma il materiale di fondo è davvero fragilissimo.
Le molestie sessuali inventate, gli uomini povere vittime (di cosa? Della loro debolezza? Dell’ingenuità che non ha fatto loro intuire la follia nascosta dietro un’invitante bellezza?) della furia femminile, messi in salvo dalla parte istintiva e materna delle donne stesse, le altre, quelle “buone”. Una storia arcaica nel contenuto che cerca di rinnovare le proprie forme con sempre meno convinzione e risultati, imitazioni sempre più sbiadite della coppia Douglas-Close che ci fece battere il cuore e poi quasi lo fermò, quando l’obiettivo si strinse, crudele, sulla vittima più innocente di quel massacro sentimentale.
C’è da rilevare solo che Beyoncè Knowles sta crescendo come attrice – anche quando non canta come in Dreamgirls o Cadillac Records – e che Ali Larter rende meglio in tv, non reggendo, per carisma e talento, le scene madri del cinema. La colonna sonora è furba, ammiccante ma di qualità scarsa, la fotografia viaggia a corrente alternata ma con ottimi picchi, così come il montaggio.
Poteva essere un buon thriller, invece non è neanche un calesse.
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Il triangolo no, nessuno lo considera mai. E così le attrazioni fatali (e le fatalone) diventano pericoli pubblici
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