Dura la vita per una geniale bambina di soli dodici anni che si ritrova a vivere, a causa del padre ministro, circondata dall’ottusità dell’alta borghesia francese. L’intelligenza, per la piccola Paloma, è un fardello, un peso in quanto la porta a vedere oltre la patina del perbenismo e delle normalità di facciata del contesto in cui vive, un elegante palazzo abitato esclusivamente dall’
intellighenzia parigina. Una simile «malattia» non può che condurla, in assoluta consapevolezza, alla morte. O meglio, a un suicidio meticolosamente programmato.
Perché è meglio suicidarsi piuttosto che “
passare la vita come un pesce in una boccia di vetro”, destino comune a tutti gli assurdi adulti che la circondano.
O, almeno, a quasi tutti. Renée Michel, la portinaia del lussuoso palazzo di rue de Grenelle dove Paloma vive, potrebbe essere l’eccezione di cui l’animo curioso e brillante della bambina è in disperata ricerca. Dietro gli stereotipi da tipica portinaia (“
grassa, vecchia e arcigna”), dei quali fa un uso sapiente come un riccio con i propri aculei, Renée nasconde un’anima raffinata, elegante e colta con la quale si difende dall’arrogante stupidità di quel bizzarro mondo che lei e la piccola Paloma condividono. Due pesci fuor d’acqua e, di conseguenza, estranei alla fastidiosa “
boccia di vetro” del conformismo immaginata dalla bambina.
Un uomo dall’Oriente, un altro pesce fuor d’acqua, quindi, espressione di una cultura che l’Occidente ignora perché la propria conoscenza di essa è basata, ancora, su luoghi comuni e stereotipi, le avvicinerà, facendo loro ritrarre gli aculei.
Appropriarsi di un testo letterario particolarmente riuscito (e L’eleganza del riccio di Muriel Barbery appartiene senza dubbio a tale categoria), tradurlo in una forma cinematografica che sia originale e, al contempo, all’altezza della propria fonte è il problema di ogni trasposizione. Non a caso, forse, i migliori adattamenti cinematografici tratti da libri di successo sono quelli che maggiormente si sono discostati da essi (pensiamo a Shining di Stanley Kubrick, addirittura ripudiato da Stephen King, o a Blade Runner di Ridley Scott).
Mona Achache, al suo esordio nel lungometraggio proprio con Il riccio, riesce in questo difficile compito seguendo, tuttavia, una strada leggermente diversa da quella tracciata dai capolavori citati. La regista non enfatizza la dimensione visiva a scapito dell’elemento letterario poiché, con un romanzo estremamente ricco in tal senso come quello della Barbery, questa scelta si sarebbe rivelata senza dubbio sbagliata. Invece, con un minuzioso lavoro scenografico (gli interni del condominio sono stati interamente ricostruiti in uno teatro di posa), le fonde insieme, facendo del palazzo e dei suoi appartamenti uno specchio dell’anima di chi li abita, svelando ciò che si nasconde dietro ogni apparenza.
In questo, la regista è aiutata da un cast notevole, dove spiccano la giovane Garance Le Guillermic, volto acuto e riccioli biondi arruffati ne fanno una perfetta Paloma, e Josiane Balasko, formidabile interprete di questo riccio e della sua duplice, con e senza maschera, personalità, protagoniste di un incontro insolito, quasi improbabile ma, al tempo stesso, magico.
Nel film della Achache, il cinema diviene cassa di risonanza visiva delle metafore, dei sottintesi, delle caratteristiche più profonde dei personaggi di un libro, da sempre così difficili da esprimere nelle due ore di una trasposizione cinematografica.
Un approccio pieno di rispetto e talento che i fan della Barbery non potranno disprezzare.
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Efficace trasposizione da un best seller di enorme successo: non era facile
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