C’è sempre un tesoro e c’è una mappa. E a cercarli c’è sempre un buono e c’è un cattivo ma anche un brutto o uno strano, o un matto.
E ci sono treni da assaltare, cavalli su cui galoppare e pistole e fucili e pugnali, miserabili paesini e deserti e cieli senza fine. E traditori e adescatrici, politica e corruzione e oppio e carillon. Western? Sì però oggi parliamo di un western diverso, anche se sfacciatamente citazionista, fin dal titolo, Il Buono, il Matto, il Cattivo.
A dirigere è il coreano
Kim Jee-woon, noto anche al pubblico occidentale non necessariamente nerd, con film come
Two Sisters,
Bittersweet Life e
I Saw The Devil.
Nelle steppe della Manciuria, negli anni ’30, tre uomini incrociano i loro destini, che ruotano intorno allo stesso oggetto: la mappa di un misterioso quanto fantomatico tesoro della dinastia Qing. Fra l’intrepido cacciatore di taglie Do-won e il perfido killer Chang-yi si inserisce l’elemento di disturbo, il ladrone Tae-gu, un sempliciotto che pensa solo ai soldi. Mossi da diverse avidità e legati da diversi rapporti, i tre si inseguono per il grande paese, seminando una quantità esagerata di cadaveri lungo la loro strada.
Ma a complicare le cose, nella caccia si inseriscono anche gli indipendentisti coreani e l’esercito giapponese, entrambi interessati al misterioso tesoro, oltre che i predoni del locale Mercato Fantasma.
Divertente, spettacolare, spiritoso, The Good, The Bad, The Weird rimescola vari generi, spalmandoli di rosso sangue, ma soprattutto si rifà ai mitici western di Sergio Leone, che omaggia con rispetto soprattutto nel duello finale, oltre che nella scrittura dei tre protagonisti, personaggi “topici” dalle poche battute lapidarie.
Senza cercare troppe finezze nella descrizione dei caratteri o particolare originalità nella trama, il film va visto con spirito ludico, per le sparatorie, gli inseguimenti, i colpi di scena (conditi da alcuni siparietti comici), per gli spettacolari scenari naturali, le scene di massa dalle numerose comparse (il film è stato girato con un apporto minimo di CG), la bella fotografia dalle tinte sature, i curatissimi costumi.
Splendidi l’assalto iniziale al treno e la sparatoria volante nel villaggio, memorabile la sequenza della fuga del Matto nel deserto, sulla moto lui e dietro tre diverse cavallerie: i predoni, la banda del cattivo e l’esercito giapponese, oltre all’agile, solitario Buono, sulle note travolgenti di
Don’t Let Be Me Misunderstood. Inevitabilmente si pensa a
Tarantino ma anche
Takashi Miike per un western definito postmoderno, un “Kimchi-western”, come lo ha definito lo stesso regista riferendosi ad un speziato piatto tradizionale coreano.
Fra gli interpreti, i più suggestivi sono il Cattivo,
Byung-hun Lee, il bel killer narcisista e sadico, già visto in I Saw the Devil, G.I. Joe - La nascita dei Cobra, Bittersweet Life, Three... Extremes, e il Matto
Kang-ho Song, una specie di John Belushi (Thirst, Lady Vendetta, Memories of Murder, Mr. Vendetta). Il più incolore finisce per essere il Buono, interpretato da
Woo-sung Jung.
L’adattamento in italiano è stato curato da
Franco Ferrini, autore della sceneggiatura di
C’era una volta in America, in una linea di ideale continuazione dell’omaggio a Leone.
Il film italiano dura 130 minuti ma per il mercato coreano esiste una versione più lunga di dieci minuti, con un finale differente. Pur essendo stato un grandissimo successo anche commerciale e pure se onusto di numerosi premi internazionali, il film viene distribuito da noi con tre anni di ritardo, grazie alla Tucker Film, cui dobbiamo anche
Departures,
Poetry e
Detective Dee.
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Ludico
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