Dopo la visione di Garage l’unico, immenso, interrogativo che resta è: come ha fatto a vincere un Festival di Torino, quando anche solo ottenere un piccolo premio sarebbe stato uno sconcertante risultato? Forse la risposta sta nel senso della storia che racconta (ma non basta il “cosa”, quando il “come” è francamente imbarazzante), racchiusa fra le quattro mura di Garage, triste pompa di benzina (non che ce ne siano di allegre, ma questa è particolarmente grigia) in cui lavora Josie.
Chi era costui? Il Forrest Gump dei noantri, che passa le sue giornate a bere birra e lavorare, qualche volta passa da un cavallo goloso (di mele) a cui si affeziona, qualcun’altra partecipa ad attività ben poco condivisibili (ma che, forse per incuranza, vengono descritte come estremamente comuni - il che è non poco grave), come gettare cuccioli di cane da un ponte per farli affogare o un mucchio di rifiuti in una macchia verde, tanto per gradire. Giusto due dettagli buttati lì per caso, perché in realtà il ritratto del personaggio che si vuole dare è quello dello “scemo del villaggio” ipersensibile e puntualmente, povero, incompreso.
Tentando di ribaltare i luoghi comuni del normale, Lenny Abrahamson - alla sua seconda prova da regista dopo Adam & Paul - firma una noiosissima opera su una vita monotona e ammorbante, vissuta per altro superficialmente (basta ascoltare i dialoghi che più cartacei non si può, il cui punto più alto si raggiunge con un banalotto “mele mezze marce, come tutti noi”) da chi è ben consapevole di avere come tratto distintivo proprio il niente assoluto (sarà questo a contagiare l’intero film?): “Stavo pensando a quello che ho nella testa: nulla”.
Un’affermazione che riassume il senso di tutta l’opera, che si sforza così tanto di andare in profondità da non spingersi oltre la mera superficie, costringendo lo spettatore a fare come il protagonista: aspettare su una sedia il tempo che passa (e che però sembra proprio non passare mai). Solo che lui lo fa con un aiutante quindicenne e ne pagherà le conseguenze, in quello che si configura come l’unico guizzo di una sceneggiatura altrimenti mortalmente piatta, che però arriva dopo ben 70 minuti: decisamente tardi per il biopic di un signor nessuno che ha, purtroppo, ben poco da dirci.
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Colonna sonora pressoché inesistente, così come la regia: non basta scimmiottare i film d'autore per esserlo.
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