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Perché non ha bruciato i nastri?”. E’ la domanda che tutti avrebbero voluto fare a
Richard Nixon, ma che solo
David Frost ha avuto la sfacciataggine di osare, a telecamera ben accesa.
Una corsa verso la verità, questa la missione di un prezzolato conduttore di talk show, vanaglorioso e vanitoso. Affamato di scoop e dipendente dall’audience. Disposto a sborsare di tasca propria una cifra esorbitante solo per garantirsi l’intervista con il campione d’ascolti del momento: l’ex Presidente coinvolto nello scandalo del Watergate, il cui discorso di commiato viene ascoltato da 400 milioni di persone.
Ecco già le prime idee geniali dell’impeccabile sceneggiatura firmata Peter Morgan, autore della piece teatrale da cui è tratto l’imperdibile Frost Nixon. Presentare l’eroe come l’ultimo degli anti-eroi, insistere sui suoi lati negativi e sulla fame di successo, per evitare il facile manicheismo buono/cattivo e intanto assestare un colpo al mondo dei media e uno a quello luccicante di Hollywood, per cui troppi farebbero qualsiasi cosa, anche rischiare di giocarsi la carriera.
Altri espedienti narrativi degni di nota: il ribaltamento e la descrizione per assenza. Da una parte si assiste alla metamorfosi di David Frost da “artista” a pagamento a giornalista impegnato, dall’altra si realizza a poco a poco che ci si trova di fronte a un’opera che non punta tanto il dito su (o contro) la figura presidenziale (siamo ben lontani dal biopic), quanto sull’intero mondo del giornalismo.
E arriviamo a ciò che scuote più di tutto, grazie a una tensione che Ron Howard tiene alta almeno quanto la cura maniacale di ogni singolo dettaglio (scarpe senza lacci comprese): una concezione di giornalismo figlia della ricerca di una verità anche scomoda, di quell'essere tremendamente soli nelle battaglie ideali e nelle cause perse d’ogni giorno, di quel rischiare il tutto per tutto con l’ostinazione cieca nel denunciare il potere corrotto e, insieme, un rispetto (ir)riverente per il nemico. In quel corpo a corpo di provocazioni “senza esclusione di colpi”, che viene sapientemente costruito come un epico match fra due titani che non intendono abbandonare il ring, è lo spettatore stesso a sdoppiarsi: prima rincara la dose di grinta del Frost/perdente/accusatore, poi si fa piccolo piccolo davanti alle telecamere che immortalano il volto sudato del winner in carica Nixon, a poco a poco schiacciato dal peso della verità, là dove per una vita era riuscito a scampare quello del fallimento.
Un duello all’ultimo sangue fra due uomini incapaci di vivere la sconfitta, con dialoghi così ben scritti da risultare aforistici e interpreti d’eccezione, tutti perfetti nei loro ruoli (raro trovare comprimari tanto convincenti), a partire dal duo da Oscar Frank Langella e Micheal Sheen.
Un film da brivido, capace di sfiorare tutta la gamma di emozioni umane per poi suonare l’allarme alla riflessione con battute memorabili (“Se lo fa il Presidente fare cose contro la legge non è illegale. Questo penso. Ma mi rendo conto che nessuno è d’accordo con me”) e lasciarsi dietro un inquieto interrogativo: in Italia avremo mai un David Frost che inchiodi davanti alle telecamere della verità il nostro subdolo Caimano? La speranza, come insegna il film, è l’ultima a morire.
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I-m-p-e-r-d-i-b-i-l-e.
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