Il “dono della vita” si usa comunemente dire. Ma se questo è l’uso che si è ridotta a farne l’umanità, meglio sarebbe non riceverlo. Per la prima volta senza il fidato sceneggiatore
Guillermo Arriaga,
Alejandro Iñárritu dirige una storia scritta da lui solo, seguendo uno sviluppo lineare, a differenza dei suoi precedenti successi,
Amores perros, 21 grammi o
Babel. Coadiuvato dalla splendida fotografia di
Rodrigo Prieto, suo abituale collaboratore, e dalle musiche di
Gustavo Santaolalla (Oscar per
Brokeback Mountain), Iñárritu questa volta ha scelto di girare in spagnolo e a Barcellona. Ha raffigurato la città non come la movimentata metropoli turistica di Gaudì e della Ramblas, ma come il luogo dei degradati quartieri della periferia di Santa Coloma e del vicino Badalona, un incrocio di miseria multietnica. Case semi-abbandonate abitate da disperati, divenute tuguri fatiscenti, vicoli luridi e bui, spazzature e sporcizia dovunque, un brulicare di umanità indifferente e brutali retate di clandestini sotto gli sguardi atoni di turisti e residenti: nulla di glamour, nulla di “biutiful” in questo ritratto. Lontane svettano le guglie della Sagrada Família e la sagoma della Torre Agbar, mentre sulla riva del mare si arenano i cadaveri dei clandestini che spiaggiano a poche centinaia di metri dal ricco porto, dal lungo mare affollato.
In questo “brodo primordiale” è costretto a stare a galla Uxbal (un eccezionale
Javier Bardem), un uomo che campa di espedienti di ogni genere, prende e paga mazzette per la protezione dei venditori abusivi senegalesi, procura la merce acquistandola dai cinesi, dai quali “acquista” pure manodopera clandestina a bassissimo costo da impiegare nei cantieri della città. L’uomo è anche un sensitivo, capace di dialogare con i morti e, contro il parere della sua “maestra”, ha imparato a monetizzare anche questo suo “dono”. Uxbal ha due bambini, Ana di dieci anni e Mateo più piccolo, ha anche un’ex moglie perduta nei suoi disordini psichici, instabile e inaffidabile. Soprattutto Uxbal sta morendo di un cancro trascurato e scopre di avere pochissimo tempo a disposizione per mettere le cose a posto, soprattutto la posizione dei figli, che ama sopra ogni altra cosa, ma per i quali è costretto a compiere azioni che ormai lo ripugnano. È infatti un uomo lacerato fra il bene e il male, distrutto dalle sue stesse contraddizioni, sovrastato da un passato oscuro, oppresso da un presente che lo disgusta, definito da un futuro inesistente. L’accanimento del destino, quasi un contrappasso per le colpe commesse nella sua vita, accumulerà sulle sue spalle già piegate ogni possibile sciagura nel giro di poche settimane, rendendo davvero arduo il compito che l’uomo si è prefissato. Mentre la salma del padre mai conosciuto viene esumata per fare posto a qualche altro prodotto di speculazione edilizia, seguiremo i suoi disperati andirivieni, fra casa, laboratori clandestini, prigione, ospedale, locali notturni e strada, tanta strada. La conclusione non sarà del tutto nera, perché un’ombra di speranza è riposta in qualche personaggio, ancora capace di un gesto nobile, disinteressato, non mirato alla mera animalesca sopravvivenza.
Un discorso morale o forse anche moralistico, questo di Iñárritu, perché a pagare sono sempre quelli che restano più indietro nella scala sociale, i derelitti e i diseredati. Nella narrazione l’autore stratifica abbrutimento, cinismo, immoralità, degrado, sventure, malattie, in un accumulo che, per eccesso, non riesce a commuovere come dovrebbe, quanto il regista vorrebbe. Stringe di più il cuore il pensiero di una tale fatica di vivere, di una tale quotidiana, ferina lotta, e poi perché, per cosa. Per i figli, solo per i figli, unico grande amore di Uxbal, per i quali vorrebbe essere quel buon padre di cui lui è stato privato, e che “incontrerà” un’unica volta quando sarà troppo tardi per entrambi. Perché in certe condizioni, la morte può essere davvero una liberazione. Tutto il film si regge sulla intensissima interpretazione di Javier Bardem, che ha già vinto la Palma d’Oro come miglior attore a Cannes e si è ben meritato la sua candidatura agli Oscar. Ottima anche
Maricel Alvarez, attrice di estrazione teatrale, che interpreta la sua sventurata moglie.
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Una parabola cupissima di un uomo senz'anima
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