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Abbracciare il mondo e scoprirsi a casa
Tornare nel più proprio, riaccostarsi alla culla da cui tutto è nato. Questa l’operazione che Giuseppe Tornatore compie con Baarìa, epopea popolare e personale insieme, scritta con la memoria zampillante di ricordi d’infanzia, come tali incatenati ad un luogo, quello del cuore, che resta dentro anche se si è a svariati chilometri di distanza. Bagheria, provincia di Palermo (dove il regista è nato e vissuto fino ai suoi 28 anni). Ma anche Bab el gherid, in arabo “porta del vento”.
Già solo dalla suggestione del nome è possibile individuare le caratteristiche fondamentali del film, sintetizzabili negli aggettivi ‘personale’ e ‘visionario’. Dopo aver scandagliato la questione della prossimità filtrandola attraverso gli occhi dell’estraneo (La Sconosciuta), Tornatore abbraccia infatti ciò che gli è più familiare con lo sguardo, descrivendo un secolo (dal 1910 ad oggi) di socialità ridente sotto il sole di Sicilia, che nei suoi personaggi e nei suoi gesti quotidiani resta semplicemente dentro. Impressionante la folta galleria di personaggi proposti, almeno quanto la fama di questi ultimi e la disponibilità a ricoprire anche il più piccolo ruolo: sul grande schermo sfila una gamma variegata di maschere, ognuna tanto maniacalmente tratteggiata nel dettaglio da rischiare il (e spesso cadere nel) macchiettistico.
A parte i due protagonisti (Francesco Scianna e Margareth Madè), è un tripudio di volti noti, da Michele Placido (assetato onorevole del Pci in comizio) a Vincenzo Salemme (capocomico antifascista), da Leo Gullotta (compagno dal bel cappotto) a Gabriele Lavia (maestro severo), alla triade di madri Angela Molina, Nicole Grimaudo e Lina Sastri (nel doppio ruolo di nonna e veggente). Non mancano i romani Raoul Bova (giornalista) e Monica Bellucci (formalmente nel cammeo di “ragazza del muratore” – alias una scena di sesso e via -, di fatto Malena bis, in una delle infinite citazioni e auto-citazioni presenti nel film), e se poco convincono i caricaturali Luigi Lo Cascio e Beppe Fiorello (costretti dal copione a ripetere fino alla nausea – dello spettatore – i tormentoni “La sposa è buona” e “Accatto i dollari”), colpiscono invece i notevoli Ficarra e Picone. Ennesima dimostrazione del fatto che, quando il cinema italiano si avvale di attori comici, li scopre sorprendenti anche in ruoli tutt’altro che brillanti (l’hanno dimostrato ampiamente Bisio in Ex, De Luigi in Come Dio Comanda e vedremo cosa sarà in grado di fare Christian De Sica con Pupi Avati).
Buone interpretazioni da una parte, sceneggiatura straricca dall’altra (benché tutto troppo, un discutibile calderone di sorprese ed elementi eterogenei), costumi e scenografie esaltanti, per non parlare delle soavi musiche firmate Ennio Morricone, utili a valorizzare scene di vita di paese quotidiana, fra bottegai, pastori, salsicciai antifascisti, signorotti prepotenti, barbieri cospiratori… Un micro-realismo che, sotto l’abile mano di Tornatore, perde nitidezza quando viene visto e vissuto dagli occhi puri di un bambino. Un bambino che corre a perdifiato nei suoi ricordi (l’autobiografismo scorre neanche troppo latente nelle vene di tutta l’opera) e vola sopra un paesino coccolato dalla macchina da presa in tutte le sue sfaccettature. Un suo coetaneo che sogna dietro una lavagna di punizione e vede il domani, in un prepotente quanto suggestivo salto onirico da epoche lontane al traffico di oggi, in cui si possono sempre ritrovare tesori fra le macerie (i ricordi, di nuovo) e smarrirsi in interrogativi (“Me lo sono sognato prima o ora?”).
Un finale sospeso, degno di un maestro che, dopo il racconto di un piccolo comunista che cresce fra le angherie dei potenti (“Chi sono i più forti? Quelli sulla bocca di tutti”) e l’onestà della povera gente (il contadino che si ruba la porta per ricordarsi la fine della guerra è già mito), firma il suo colpo di scena (nel suo continuo e forzato tentativo di ridare tono e respiro a un film decisamente troppo lungo) nel dirci: così è stato, o forse l’abbiamo solo sognato.
E lo fa utilizzando, anche troppo insistentemente, un linguaggio figurativo straripante di suggestioni, che va a tracciare una mappa visiva in cui lo spettatore inizia a muoversi (le pietre porta-soldi, le uova rotte, le vipere nefaste…) e alla fine si ritrova proprio come fosse anche lui un abitante di quella piccola isola felice chiamata Baarìa, dove un ragazzino può crescere, condividere, amare rimanendo sempre fedele agli stessi, irrinunciabili ideali. Un’isola che forse, suggerisce una battuta preziosa, non esiste, se non nella “porta del vento”, perché “crediamo di poter abbracciare il mondo, ma abbiamo le braccia troppo corte”.
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Un sogno nel sogno, un volo a picco sulla memoria per ritornar bambini. Imperfetto e pieno di difetti, come la vita.
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film: Baarìa genere: Dramadata di uscita:25/09/2009paese:Italiaproduzione:Medusa Film, Quinta Communications, Ministero per i Beni e le Attività Culturali MiBACregia:Giuseppe Tornatoresceneggiatura:Giuseppe Tornatorecast:Francesco Scianna, Margareth Madè, Raoul Bova, Giorgio Faletti, Leo Gullotta, Nicole Grimaudo, Gabriele Lavia, Angela Molina, Enrico Lo Verso, Nino Frassica, Aldo Baglio, Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Marcello Mazzarella, Luigi Lo Cascio, Beppe Fiorello, Donatella Finocchiaro, Enrico Salimbeni, Lina Sastri, Gaetano Aronica, Alfio Sorbello, Laura Chiatti, Michele Placido, Vincenzo Salemme, Corrado Fortuna, Paolo Briguglia, Luigi Maria Burruano, Franco Scaldati, Monica Bellucci, Sebastiano Lo Monaco, fotografia:Enrico Lucidimontaggio:Massimo Quagliacolonna sonora:Ennio Morriconedistribuzione:Medusadurata:150 min
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