Quante volte abbiamo sentito i telegiornali parlare, con i soliti toni fortemente retorici impreziositi da immagini di repertorio di bambini deboli e mal nutriti, dei «problemi dell'Africa»? In realtà, non molte, spesso in occasione di meeting internazionali tra ministri degli esteri o importanti convegni organizzati dalle associazioni umanitarie, gravati dal peso di un approccio smaccatamente paternalistico ed unilaterale.
Questo difetto di fondo nel confrontarsi con i problemi del continente africano è in realtà, secondo Haile Gerima giunto a Roma a presentare il suo film Teza in uscita il 27 Marzo, il motivo alla base del mancato superamento di quegli stessi problemi. "Il ruolo dell'Africa - spiega Gerima - è ancora quello di un recipiente passivo nel quale vengono riversati gli aiuti umanitari europei ed americani, senza aver voce in capitolo su di essi".
Gerima arriva alla conferenza stampa con l'atteggiamento tipico dell'intelletuale che cerca di rendere il più possibile comprensibile a chi gli sta di fronte (un pubblico europeo tendenzialmente ignorante perchè male informato o disinformato del tutto) le questioni da lui sollevate. Parla con estremo trasporto, arricchendo il suo discorso con riferimenti storico-culturali ed aiutandosi a gesti.
Per lui è fondamentale che le sue argomentazioni ed il suo film vengano pienamente recepiti e se la prolissità è il prezzo da pagare per questo scopo, ben venga.
La sua visione dell'Africa è chiara, un continente "impegnato a rimuovere la propria tradizione, che molti, specie tra i governanti, preferiscono dimenticare". "Questo però - continua deciso - ci impedisce di godere del lusso di cui gode il resto del mondo: quello, cioè, di basare il proprio futuro sul proprio passato e sui suoi errori".
E la dominazione culturale del punto di vista euro-centrico (o americano-centrico che dir si voglia...) ha svolto un ruolo centrale in tale processo, dal momento che "oggi i giovani africani preferiscono abbandonare le proprie tradizioni per abbracciare idee e cultura americani".
Gerima considera questo il «peccato originale», quasi, di cui soffre il suo paese e le sofferenze che lo affliggono ne sono la conseguenza.
Come l'AIDS, trattato dallo stesso cinema africano "da un punto di vista fortemente e colpevolmente europeo, mostrando insistentemente i protagonisti in lacrime, distrutti dal dolore, senza mai approfondire la questione culturale che sta alla base di questa piaga, e cioè la mancanza di educazione sessuale e della comunicazione tra le diverse generazioni".
Ovviamente, nel trattare la questione dell'HIV, il regista non può esimersi dal pronunciare un commento sulle recenti, e controverse, esternazioni del Papa in merito ai profilattici come strumenti inutili per la lotta al mortale virus. E la sua risposta, pur con un'iniziale perplessità dovuta agli insegnamenti morali della sua famiglia ("mio padre era un prete ortodosso e mia madre era cattolica") è, ancora una volta, chiara e decisa. "Il Papa dimostra di essere il simbolo della contraddizione umanitaria dell'Europa, che prende decisioni unilaterali senza prestare il minimo ascolto alla voce degli africani", dichiara senza esitazioni.
Un quadro apocalittico, quello tracciato da Haile Gerima, fatto di aiuti, miracolosi quanto estemporanei ed approssimativi, calati dall'alto da potenze internazionali volutamente sorde alla reale disperazione sotto di loro.
Ma lo scopo di ogni intellettuale è anche quello di provare a tracciare un percorso per fuoriuscire da una simile situazione. E per il regista africano tale percorso risiede nella "ricerca dell'unità africana, a dispetto delle divisioni imposte dal colonialismo e sulla base delle tradizioni condivise". "Parlo di «Africa unita» - continua Gerima - in nome di un'affermazione politica ed economica del mio continente, per garantire la commerciabilità dell'Africa e dei suoi prodotti, perchè io stesso vorrei vedere i miei film distribuiti in Africa, anzichè dover assistere all'«invasione» subita dai nostri bambini da parte della cultura, dei film e delle serie TV americane".
Una strada che appare come un'ultima speranza per il continente africano ma la cui essenza, probabilmente, riguarda tutto il mondo.