Partiamo da una considerazione fondamentale: non era facile portare sullo schermo (graficamente, concettualmente, narrativamente) la più complessa e geniale graphic novel mai uscita dalla penna di uno sceneggiatore. Sì, perché, nonostante l’immensa importanza di Il ritorno del cavaliere oscuro (sia nella storia del fumetto che come impatto nella cultura pop tutta), l’opera di Moore e Gibbons ha, secondo chi scrive, una marcia in più.
Per molto tempo, come ormai è noto, alcuni dei più rivoluzionari ed anarchici cineasti (Terry Gilliam in testa) hanno cullato il sogno di portare Watchmen su grande schermo ma, per una ragione o per l’altra, non ci sono mai riusciti. A riuscirci, invece, è stato il “giovane” Zack Snyder, trasformatosi in “nome sicuro” per gli Studios dopo l’immenso successo planetario del suo 300: servivano tanti soldi per mettere in scena l’universo dei Guardiani e allora perché non darli ad uno che ha dimostrato di saperli gestire e, soprattutto, moltiplicarli?! Detto fatto, Snyder si è messo all’opera (leggendo e rileggendo la fonte originale da lui definita “un capolavoro) cercando di trovare “la chiave di lettura” adatta (qualcuno direbbe “l’ispirazione”) alla trasposizione cinematografica. Nonostante il discreto rispetto che il regista americano si era guadagnato tra gli esigenti fan “di genere” grazie a L’alba dei morti viventi e 300, il clima di scetticismo (e, in alcuni casi, di vera e propria sfiducia) rispetto a tutta l’operazione non si è mai, definitivamente, sopito.
Ora, però, è il momento di tirare le somme e “dare a Snyder ciò che è di Snyder”. Partiamo dai lati positivi: dal punto di vista visivo, Watchmen rasenta la perfezione assoluta. Dalla cura dei dettagli, alla ricostruzione delle importanti sfumature cromatiche (che, nella graphic novel hanno anche una funzione psicologica) fino alla scelta degli attori (perfino il difficilissimo Rorschach sembra uscito direttamente dalle pagine stampate), il lavoro sull’iconografica ha del miracoloso e la fedeltà all’opera originaria è commuovente. Chi ama Watchmen avrà poi apprezzato un'altra caratteristica fondamentale (forse la più complessa) nella messa in scena di Snyder: la sintesi. Le due ore e quaranta in cui il regista condensa le varie vicende godono di una scorrevolezza e fluidità, francamente, insperata. Per capire ciò di cui stiamo parlando basta pensare ai titoli di testa in cui Snyder sintetizza alla perfezione le origini, il background, di tutta la storia, presentandoci i personaggi (con tableaux vivants e snaphots di una vivacità memorabile) in modo da poter partire in modo cronologicamente corretto con la morte del Comico. Anche la colonna sonora, pop quanto basta senza essere pacchiana, fornisce il giusto accompagnamento musicale e si rivela una scelta azzeccata. Snyder amalgama il tutto con grande abilità e amore cinefilo citando classici come Taxi Driver (Rorschach che cammina e viene abbordato dalla prostituta che poi lo insulta) e soprattutto Apocalypse Now (Dottor Manhattan che avanza nella foresta vietnamita accompagnato dalla Cavalcata delle Valchirie) in una sequenza che, da sola, vale il prezzo del biglietto.
Ma allora stiamo parlando di un capolavoro? Purtroppo no e il motivo è presto detto: l’unico cambiamento sostanziale che la sceneggiatura di David Hayter e Alex Tse propone è anche l’unico errore, grave, di tutta l’operazione Watchmen. Mi riferisco, ovviamente, all’idea di incolpare il Dottor Manhattan dell’attentato a New York decidendo di eliminare completamente la piovra gigante e, perciò, i riferimenti all’attacco alieno. Iconograficamente è chiaro (e anche intelligente) il riferimento all’attentato dell’11 settembre 2001, così come sarebbe stato intelligente trasformare il Dottor Manhattan (un’arma americana: tesi del grande complotto) nel responsabile di tale strage se, però, si fosse compiuto un lavoro, in fase di sceneggiatura, tale da giustificarlo. Invece, Hayter e Tse “lanciano il sasso e tirano indietro la mano” visto che, a parte il cambiamento del colpevole, il resto rimane immutato. L’attacco alieno immaginato da Moore (una minaccia globale che grava, indiscriminatamente, su tutta l’umanità) aveva una sua funzione narrativa ben precisa: in caso di pericolo “esterno” la razza umana mette da parte ogni divergenza e fa fronte comune. Il film di Snyder elimina la minaccia “esterna” ma presenta la medesima conclusione e tutto ciò, da qualunque parte lo si analizzi, non ha il minimo senso logico. Semplicemente, non funziona. Ed è un grande, grandissimo, peccato.