Lo sapevamo. Non ce lo siamo detti tra colleghi, al massimo abbiamo annuito, sussurrato, faticosamente ammesso quella verità che ci dava fastidio. Tullio Kezich era malato da molto, il 17 settembre avrebbe compiuto 81 anni, ma come i suoi articoli sembrava eterno: e così ci eravamo abituati nelle sale buie a vederlo acciaccato ma ancora appassionato a quell’arte che ha contribuito a far crescere, con la moglie Alessandra Levantesi (critica anche lei) che amorevolmente gli sussurrava le parole che sfuggivano al suo udito non più perfetto. Lo sapevamo quando nella sua Locarno non c’era. Maledizione, nell’anno in cui il film suo e di Mingozzi (anch’egli gravemente malato), Noi che abbiamo fatto La dolce vita ha ricevuto un tripudio d’applausi durante e dopo la proiezione. Non c’era a raccoglierli, eppure lì sul grande schermo, sornione, raccontava della sua amicizia con Fellini, del dietro le quinte di cui lui è stato testimone oculare e, forse, chissà, anche attore. E questo documentario che unisce aneddoti, interviste, racconti e storia, è figlio del suo bellissimo libro omonimo, in cui ha saputo esprimere al meglio quella sua dote unica di sintetizzare competenza e acume in una prosa fluente e leggera, pensante ma mai pesante.
Sceneggiatore (per Olmi ha scritto, tra gli altri, La leggenda del santo bevitore, Leone d’Oro 1988, e persino fatto l’attore), produttore (la sua “22 dicembre” produsse Lina Wertmuller, Roberto Rossellini ed Ermanno Olmi), un periodo nella Rai in cui, a fine anni ’60, la tv di stato produsse i Taviani ma anche sceneggiati popolari come Sandokan. Amico e sodale di Fellini a cui ha dedicato vari libri, la sua è la classica vita per il cinema. Da quando adolescente intratteneva corrispondenze fitte e competenti con riviste come Cinema e Film, dai suoi primi articoli a 13 anni, da quando raccontava la Mostra del Cinema di Venezia- quella che sta per iniziare sarà la prima, dal dopoguerra, senza di lui- dalla sua Radio Trieste (era un uomo e intellettuale di confine, come i migliori, come il suo amato Svevo), per poi passare a Cinema Nuovo e a dirigere Sipario, per poi arrivare a Panorama, Repubblica per poi divenire firma storica, simbolo, del Corriere della Sera.
E alzi la mano chi non si è formato, di noi appassionati, cinefili e critici, sui Mille film e Cento film, che riunivano le sue migliori recensioni (correte a comprarli se non sapete di cosa sto parlando), rispettivamente, su Panorama e Corsera. Persino chi scrive, che si arrabbiava con lui a ogni lettura (o quasi), come ci si arrabbia col grande campione o col grande allenatore. Da cui pretendi la perfezione e, magari, coincidenza di pareri: raramente ci siamo trovati d’accordo, da quando piccolo lo leggevo per scappare al cinema e poi imparare a criticare (criticandolo, con il rispetto che si deve a un grande e il segreto desiderio di far muovere la penna come riusciva a lui) i film di cui parlava. Di sognare un giorno, magari, di esserne l’allievo, anche se in Italia il ricambio generazionale non esiste da un pezzo, dai suoi tempi, ma questo non potevo saperlo.
Ma colleghi siamo diventati, anche se mai, neanche una volta, ho avuto il coraggio di chiedergli se mi aveva letto. Che cosa pensava. E parlavo solo se interrogato. Peccato, ora non potrò più recuperare.
Non abbiamo quasi mai smesso di essere in disaccordo, eppure non ho mai smesso di leggerti, caro Tullio. E ti devo ringraziare, per quelle recensioni aperte e coraggiose, che si prendevano bei rischi (inducendoti a volte in abbagli che i colleghi pavidi non prendevano, ovviamente) e, pur complete ed erudite, potevano essere lette da chiunque.
Un tuo pallino, fosti tu a combattere e “sconfiggere” i pastoni da sei o settemila battute, cambiando stile e struttura della pagine cinema, e mostrando subito a tutti, con l’evidenza, che era la strada giusta. Tu capisti per primo che i film, questa settima arte eterna e immediata, poteva essere racchiusa in poche battute, poche righe ficcanti. Che non si doveva annoiare il lettore, ma stimolarlo, che i grandi, i registi ma anche i critici, potevano dividere la qualità dalla quantità.
E qui che siamo in un sito di cinema non ci dilunghiamo nella tua passione e gran talento per il teatro, un amore invincibile per il palcoscenico e per i grandi autori letterari.
Sei, eri il simbolo di un cinema che non c’è più, di un mondo dello spettacolo in cui ci si poteva confrontare e contaminare, criticare i registi e collaborare con loro, scontrarsi e migliorare.
Ciao, Tullio. E grazie.